sabato 14 ottobre 2017
mercoledì 27 settembre 2017
LEM.3
I LEM (Living experience music) sono una band che si è costituita nel gennaio del 1970. Sono alla loro terza formazione, punto tre (LEM.3), appunto. Dopo l'interruzione del 1972, la seconda formazione con l'ingresso di Alberto alla chitarra, nella prima decade degli anni 2000 e infine la nuova formazione dopo la scomparsa del caro amico Gigi, storico bassista, sostituito da Gino.
I LEM (Living experience music) sono una band che si è costituita nel gennaio del 1970. Sono alla loro terza formazione, punto tre (LEM.3), appunto. Dopo l'interruzione del 1972, la seconda formazione con l'ingresso di Alberto alla chitarra, nella prima decade degli anni 2000 e infine la nuova formazione dopo la scomparsa del caro amico Gigi, storico bassista, sostituito da Gino.
Domenica 7 maggio dalle ore 16.30, sul palco del Teatro
Salone Pio XI di Gavardo,
I LEM.3 (terza
riedizione della storica band gavardese) si sono esibiti in uno spettacolo nel
quale hanno coinvolto anche John Comini. Il noto regista e autore teatrale sarà
in veste di attore e presentatore.
Il repertorio spazia dai Beatles a Zucchero, passando per CCR,
New Trolls, Carlos Santana e tanti altri protagonisti delle scene musicali italiane
e internazionali degli ultimi 50 anni.
Leader musicale del gruppo è Santino Maioli, in tandem con
l’altro chitarrista Alberto Comaglio.
Completano la formazione Franco Marini alla chitarra acustica, Gino Toffolo al
basso, Mario Vezzoni alla batteria e infine Maurizio (Mauro) Abastanotti al sax
alto, che alterna la sua voce con quella di Alberto e Santino.
I LEM.3 si
ripresentano al pubblico a sostegno delle iniziative della onlus Rio de Oro Gavardo per i bambini del
Saharawi, associazione che ospita e assiste i bambini disabili di quel popolo senza
terra.
Le iniziative benefiche continueranno nel corso dell'autunno. Il prossimo appuntamento è previsto per il 21 ottobre 2017 a Caino (BS).
FRAMMENTI DI STORIA DEL GRUPPO
CAP.1
Avevano tante idee per la testa e nemmeno un soldo in tasca.
La paghetta durava dal sabato al martedì, dopo di che si andava in riserva; nelle
settimane virtuose qualche spicciolo arrivava fino al giovedì, poi più niente …
Miscela razionata nel motorino, sigarette sempre più scadenti e al bar solo un
caffè, ma infine tornava il sabato ed era di nuovo paghetta.
In queste condizioni pensare di acquistare gli amplificatori
e un impianto voce era un aspirazione da visionari incoscienti. Qualcuno, però,
ricordò che Don Erminio era stato designato alla grande responsabilità di
parroco nella fiorente città di Clibbio, frazione di Vobarno. Questo sacerdote,
sant’uomo, mentre si trovava a Gavardo si era dedicato all’animazione dei
ragazzi, fondando un gruppo scout e stimolando la nascita di un gruppo
musicale. Ora che si era trasferito, dov’erano finiti gli impianti di
amplificazione?
Detto, fatto. Una domenica mattina i nostri, inforcati i
motorini e gli scooter freschi di rifornimento si recarono a Clibbio. Don
Erminio li accolse e mostrò loro quanto gli era rimasto: un paio di
amplificatori e un impianto-voci. Si offrì di metterli a loro disposizione e
infatti le prove per un paio di mesi si svolsero proprio lì, in una delle
stanze del neo-parroco. Gli abitanti della ridente cittadina furono tanto
entusiasti che suggerirono al parroco di invitare i musicisti a trasferirsi in
una location più adatta al loro estro artistico, ma soprattutto al livello dei
decibel che uscivano dalle finestre della canonica.
Nel comunicare la necessità di tornare al loro paese
d’origine, Don Erminio propose ai ragazzi del gruppo di acquistare le
apparecchiature che avevano utilizzato. Ora, chiamare amplificatori e
impianto-voci quei residuati degli anni ‘50 richiedeva tutta la fantasia e
l’entusiasmo di quei sedicenni e il sant’uomo, che li conosceva bene, non
vedeva l’ora di disfarsene e ricavare qualche soldo. Concluso l’accordo di un
acquisto rateale, non rimaneva che il trascurabile problema di procurarsi i
soldi per pagare le rate.
Furono considerate tutte le ipotesi, anche le più
fantasiose, ma alla fine la maggioranza decise per la raccolta della carta, che
a quei tempi rendeva abbastanza bene.
La Storia dovrà tacere sulle scadenze e sui frazionamenti delle rate, ma dovrà
prendere atto che i nostri eroi riuscirono a pagare quegli strumenti. Per
essere precisi questo avvenne poco prima della loro ingloriosa fine, tra
valvole bruciate, potenziometri arrugginiti e cadute rovinose durante i trasporti.
CAP. 2
Venne l’ora fatidica del primo ingaggio: un bar di
Villanuova gli chiese di esibirsi sulla terrazza del bar che dava direttamente
sulla strada, allora statale. L’emozione era alle stelle, quanto le ansie per
il repertorio ancora limitato a sei canzoni.
Il primo problema era il trasporto degli amplificatori,
abbastanza ingombranti e pesanti.
I gruppi musicali seri e importanti, rock o di liscio che
fossero, parliamo del 1970, avevano un furgone Volswagen o un Ford transit, un
mito per noi. Loro si sarebberoo accontentati anche di un vecchio Alfa Romeo o di
un qualsiasi altro mezzo di trasporto coperto.
Due ostacoli insormontabili si paravano, tuttavia, davanti :
la mancanza di mezzi economici e l’età. Nessuno di loro, infatti, aveva ancora
compiuto i diciotto anni necessari per la patente di guida.
Come arrivare a Villanuova con la seppur ridotta dotazione?
Non so a chi venne l’idea. Passavano spesso dall’incrocio
tra via Quarena e via Sormani, perché nello scantinato di una della case
popolari situate in quest’ultima, avevano ricavato una specie di taverna dove
organizzavano festicciole sulle quali avrei molto da dire. Su quell’incrocio,
addossato alla fontanella pubblica, c’era un chiosco, dove il vecchio Ciücì,
nella bella stagione, vendeva angurie e bibite, ma all'occorrenza faceva
comparire da sotto il banco una bottiglia di vino o di grappa. Dal lato opposto
a quello della fontana era parcheggiata l’Ape che il vecchio usava per i
rifornimenti. Decisero, dunque di chiedere al figlio del Ciücì, dietro adeguato
compenso, il noleggio del potente(?!?) treruote. Il ragazzo avrebbe fatto ad
autista.
I signori del Club dei Bigetti videro arrivare davanti al
loro bar, nel pomeriggio di quel giorno d’estate, un’ Ape, carica di strumenti
e con al seguito ciclomotori e scooter, pavoneggiarsi come una regina d’insetti con fuchi al seguito.
CAP. 3
E venne il tempo delle vacanze: tutti al mare al mostrar le
chiappe chiare!
Dopo un anno e mezzo la motorizzazione del gruppo aveva
visto notevoli progressi. La maggior parte dei ragazzi aveva conseguito la
patente di guida e se l’auto restava un miraggio ci si era dotati di
motociclette e scooter a due posti, non di prima vernice, naturalmente! Il
parco motoristico era composto da due Lambrette, una modello 1953, e una del
’55, entrambe a tre marce e una moto Morini 150 con manubrio a bracci lunghi,
tipo Easy Rider, un vero gioiello.
Con tali mezzi si dovevano percorrere i circa 300 km che
separavano il paese natio dalla mitica Rimini. Due per ogni moto con bagagli,
pinne, materassini e una tenda a casetta da smembrare, suddividendo il carico di
teli e picchetti. Non mancava una chitarra, la più scassata in dotazione, tale
da poter subire eventuali cadute e traumi senza ingenerare le isteriche
reazioni del chitarrista.
Partenza di notte, con tanta adrenalina nel sangue da aver
l’impressione di salire su un biplano in decollo, non su un catorcio a due
ruote.
Tempo splendido, notte di stelle con una leggera brezza di monte alla partenza.
Viaaaa! Sulle strade diritte o tortuose, strette o larghe,
asfaltate di fresco o piene di buche, tra frutteti, campi di grano e di
ortaggi, canali di irrigazione e fossi maleodoranti, grandi covoni di fieno o
enormi mucchi di letame.
Viaaaa! Attraverso città sonnacchiose con le narici piene degli
odori di asfalto, di scarichi di motori, aromi di cibo e birra fuggiti dalle porte
aperte dei locali insonni, tra palazzi e chiese, condomini grigi e distributori
di benzina, semafori lampeggianti e rare insegne luminose colorate, e poi paesi
piccoli e grandi, case con le finestre aperte per l’afa, che lasciavano
intravedere abitanti in abiti succinti e perfino una coppia che faceva l’amore.
CAP. 4
Ho scritto una canzone trent’anni dopo:
Come la strada tra qui
e Rimini
Odore di canali e
d’asfalto
Strade neglette di
notte
Mentre il motore non
fa che cantare
Una nota sola in
armonia
Con i pensieri che
corron verso il mare
E’ già sale il sapore del
vento
Come la strada tra qui
e Rimini
Quei due alla finestra
cosa fanno
Credevano d’essere
soli
Mentre noi sotto a
bere qualcosa
Se si sono accorti di
noi
Se han spento la luce
che male c’è
È già sale il sapore
L’aria che sferza il
viso le mani
frizzante pungente
agita parole
Preannuncia quel sole
che sorge dal mare
Arrivare forse non è
importante
Perché la mente è già
in corsa
Come la strada tra qui
e Rimini
Luci di bar sudore e
tabacco
Odor di frenate sesso
in offerta
Premi piano, sì lo so
non forzare
Chè ti fa gola annusar
le avventure
Ma c’è altro che ci
aspetta là
Ed è già sale il
sapore del vento
Arrivare forse non è
importante
Perchè la mente è già
in corsa
Tra Rimini e qui
Infine siamo arrivati, a Rimini. Era Agosto e trovare un
posto in campeggio non fu impresa semplice. Provammo a trovare ospitalità in
tutte le strutture della famosa cittadina della movida adriatica. Trovammo
posto, in extremis, in un campeggio male attrezzato al limite sud di Miramare,
poco distante dal confine con Riccione. Cosa ci aspettava là? Una vita
sregolata senza orari e senza limiti, tranne quelli dettati dalla condivisione
e dalle scarse risorse finanziarie. Conoscendo le nostre abitudini, che l’anno
prima, nella spedizione in Provenza, ci
avevano quasi portato alla fame per esaurimento pecunia, accantonammo subito i
soldi sufficienti a fare il pieno per il ritorno.
Fu subito festa, ma verso la fine della settimana, quando le
finanze cominciavano già a segnare la riserva, a qualcuno venne la brillante
idea di lanciare una sfida a pocker. I quattro giocatori rimasero la notte
intera e il giorno seguente sotto un sole implacabile a confrontare full, scale
e pocker sotto la tenda. Alla fine il vincitore, dopo aver svuotato le tasche
agli altri, annunciò di prendersi una pausa e di andare a trovare un’amica a
Cattolica.
Tornò dopo due giorni, con l’aria soddisfatta e appagata,
mostrando orgoglioso il polso adornato da un orologio nuovo di zecca. Aveva
investito gran parte dei soldi vinti nell’acquisto di un dorato Omega che si
rivelò, naturalmente, un tarocco, ‘na sola, direbbero i romani.
Non fu acclamato. I rimbrotti durarono, anzi, per parecchio
tempo anche dopo il ritorno.
CAP.5
Sempre a proposito di trasporti.
Eravamo in pochi ad avere un motorino e le multe per il
trasporto di un secondo passeggero ci avevano dissuaso dal trasportare gli
appiedati.
Fu per questo che quando fummo ingaggiati dalla
balera/discoteca “Alla Pesa” di Polpenazze il gestore si assunse l’onere di
trasportare alcuni di noi oltre agli strumenti.
Il viaggio di andata era tranquillo. Il ritorno era un po’ ansiogeno.
Arturo, che Dio l’abbia in gloria, soffriva la sete in modo
organico. Per questo, prima di mezzogiorno calmava l’arsura con una decina di
Aperitivi, discendendo poi verso sera con una serie di terapeutiche bevute di
vari liquidi alcolici.
Quando verso la mezzanotte si trattava di trasportare musici
e strumenti, il volenteroso aveva ormai raggiunto un tasso etilico nel sangue
pari a quello dei globuli rossi, bianchi, piastrine e plasma compreso. A
vederlo così, cimbo, col passo un po’
incerto e gli occhi placidi, quelli destinati a salire sulla sua 1100
famigliare andarono un po’ in ansia. Il culmine fu raggiunto una sera di tardo
novembre, quando, inaspettatamente, sulla Valtenesi calò una fitta nebbia. I
tre musici destinati si avviarono dietro l’autista dondolante verso la
macchina, con un peso sul cuore. Egli li rassicurò di aver guidato in ben
altre condizioni di visibilità e appena
avviata la vettura, abbassò il finestrino e si sporse con la testa e un
braccio, manovrando volante e leva del cambio con l’altro arto. Per fortuna il
viaggio si concluse senza danni e arrivarono alle Fornaci, dove era la nostra
stanza per le prove. Eccezion fatta, forse, per qualche movimento intestinale.
giovedì 29 dicembre 2016
LA PIETRA CAVATA (continua)
Pag . 276
Pag . 276

Andassimo noi Pasio de Pasi il Barch.° Baruccio (in altro documento Baruzzo) Dottori Lunedì passato, che fu alli ig. ….. Instante iusta l’ellezione nostra fatta per li Magnifici Signori elletti della Magnifica Comunità in Bucca di Croce servitaria del comune di cacavero per essere insieme alli ecc.mi signori Gian Batista Porcellaga, cavaliere et Leandro Rina elletti la molto illustre cita di Breza per accomodarsi concodialmente le difficoltà delli confini tra il comun di cavavero da una e il comun di soprazocho da l’altra et anco tra la terra di vulciano da una et la terra di villanova da l’altra et a detti lochi andassimo in quelli de li comuni detti cioè nostro di cacavero, et terra di vulciano havendo con noi … Giulio Bertoletti coadiutor nella cancelleria di questa Magnifica Comunità, et giunti al detto loco poco dopo giunsero detti ecc.mi elletti dalla nn ill.tre cita havendo loro seco quelli delli detti comuni di soprazoccho et villanova. Et ivi quelli di soprazoccho a bella prima ci condussero a quella sanchietta di bocca di croce dicendo che in quella vi era un termine il quale divideva il territorio Bresano dalla Riviera, et che era stato cavato da quelli da cacavero che doveva essere suposto, rispondendo quelli di cacavero che ivi non era termine ma una semplice pietra altre volte posta per ripararvi il muro di detta sanchietta (a margine: per difendere i muri della sanchietta dalli carri) e che la divisione delli teritori era più a basso verso soprazocho mostrando un fosso sotto al ponte deli signori sozi il quale prato era sotto le case di detti signori sozi, et dicendo che quello era il confine e da quel fosso per retta linea si andava sopra la costa che è verso monti ove in cima eran due pichi grandi piantati, et che quello era un termine tra li territori mostrando di più desendendo verso monti un altro termine apresso una riva da … di più desendendo fino a una casetta de li signori sozi dicendo che la casetta facea li confini sostando la casetta nel territorio della Riviera confissarono quelli da soprasoccho che la casetta facea termine et che il termine mostrato apresso alla rivata era termine divisorio ma originano il termine posto più oltre delli due pichi, anche a quello si andassi per dirittura et rivada a quelli due pichi; et dicean che da quel termine posto apresso la rivada di sopra dalla ditta casetta si dovea andare traversando la peza di terra di Moran Batista sig: zion à(ò) sino a un termine i quali quelli di soprazoccho dicevano essere termine tra li territori che era stato cavato, et da quello voleano andare alla detta sanchietta per mostrare che la pietra ivi cavata fussi termine, quelli di cacavero negavano che quella pietra cavata et si era termine era solamente tra le peze di terra delli particolari, et questa stradina che mostrarono al (?) soi termini da quella pietra cavata, i quali erano piantati della medima grandeza per diritura verso monti per la costa al n° di 4 i quali dividevano quella peza di terra del sign:rino et altri particolari, et tanti desendevano et trapassavano quel termine come di sopra confissato di sopra la casetta posto apresso la rivata dove volendo da quelo andare a quello che dicevano cavato bisognava andare a traverso le peze di terra de particolari e farsi confini molto diformi dalli confini di territori i quali si formano per il più dritti, più cose dette sopra detti confini, niente si son ditti sig.ri Bersani et sia concluso che per quanto si potea comprendere detti signori concluso li confini essere come per parte di cacavero era allegato; partissimo poi da quel loco, et andassimo sopra li confini della terra di volciano et ivi fu tra le parti combinato principiando alla spinosa, et andando verso il Moncovolo ove si vedevano termini piantati dicendo quelli di volciano essere divisori per particolari fan che il punto incima quella costa dove erano due pichi piantati uno lontano da l’altro in circa braza 27 e cinque, quello più verso soprazoccho dicean quelli di volciano essere termine di territori e l’altro divisorio tra particolari, et quelli di soprazoccho negavano il primo di quelli essere termine … da quel loco, andando più avanti quelli da soprazoccho termini erano più verso volciano et quelli di volciano dicevano li confini andarsi più oltre verso soprazoccho andando per drittura del termine per esso mostrato poi fiso in cima un dosso verso il Moncovolo mostrando una …. Che soleva essere un termine et da quello si andava più a basso et quelli da volciano mostravano dove erano piantate pietre dicendo che quello si chiamava il termine quadro di doi pietre, et ve ne erano due tutt hora piantate, ma quelli di soprazoccho negavano et avanti li minasse a ditti doi termini uniti nel defendere per la strada presso la lovera per quelli da soprazoccho et vilanova fu mostrata una pietra nella strada la quale dicevano essere termine negando li altri fu alla presentia di tutti cavata detta pietra per vedere se avea fatto testimonianza essendo situato segno altro fu da tutti tenuta come essere termine e così fossimo dalle parti condotti dove erano altri termini et pietre piantate et una parte e l’altra negavano e le parti allegavano li uni essere alibrati li nostri dicevano in riviera li altri alli suoi territori in Breza et sudetti tutti al termine della strada regia tra volciano e villanova essendo fanti et tutti stanchi et alcuni impazienti si dividissimo per ritirarsi alli alberghi et quelli signori Bresani ci pregarono che volessimo il giorno seguente ritrovarsi a Gavardo dove quelli signori erano alogiati dicendo che ivi troveressimo discorso, et che trovano ivi il rilievo del loco e li promettessimo di andare.
Il giorno seguente
andassimo a Gavardo accompagnati da quelli di volciano con l’eccellentissimo …
… sig, Pasi Pasio …. et ivi dove era il modello fu discorso poi
sopra li confini con cacavero mostrato il modello dicessimo che il modello non
era iusto ne reale in quello di cacavero fatto sovra l’intendimento di essi, et
con signato, io qui presuposi che fusse termine quella pietra cavata sopra le
case delli signori Sozi nelli confini del signorino e delli signori Marensoni
non essendo posto quel termine allegato per quelli di cacavero e negato per
quelli di soprazoccho. Quelli signori da Bressa
non vollero venire al discorso per l’accomodamento ma proposero che si
dovesse riponere quella pietra cavata in quella sanchietta nel resto diceano
non volere fare altro per non saressi mostrati discordi, et ivi ci dimandarno
la nostra libertà et ellezione et
venirono dove erano quelli di Cacavero, et si vedeva che non si havevano
intenzione di venire a alcuna conclusione per terminare il negozio. Noi
rispondessimo che ne le Sue Signorie ne noi eramo venuti per semplicemente
reporsi una pietra nel loco dove era stata cavata ma sibbene per regolare
quelli confini come per ragioni andavano, et eramo pronti; Circa la nostra che
non si havevamo, ma che era stata scritta a sue signorie a Bressa […], per il
vero quelli da cacavero non erano venuti, ma che l’eccellentissimo sig. Stefano
Pasi […] si vide che quelli signori volevano che si dovesse riponersi la pietra
nella sanchietta dove era lesson la loro delli homeni forti a Bressa quando fu
di ordine di noi elletti della Magnifica Comunità a queste ragioni mandati
l’eccellente sig. Cagnoni et il sig. […]allegando che fosse concluso che si
riponesse quella pietra o termine (ricordo bene) noi li dicessimo che non
havevamo affrontato quella delli homeni, et che noi nella nostra cartella non
vi haviamo fatto altro […] di regolare li confini come di ragione come anco
diceva il loro atto il che non si era pronti. […] quelli signori che noi
dovevamo avvisarli di non assentire al suo atto e noi dicessimo che abbastanza
era stato scritto.
Fu poi
dall’Eccellentissimo sig. Cavalier Porcellaga proposto che saria stato bene che
le parti allegassero persone le quali honeste son, et vodessero di accomodare
le parti che […] al che le parti non discuterne.
Et così sinora alla
conclusione […]
martedì 27 dicembre 2016
LA PIETRA CAVATA
Agosto 1622:
Nei primi giorni del mese di ottobre 2016 ho iniziato a analizzare un fascicolo di documenti:
Agosto 1622:
Nei primi giorni del mese di ottobre 2016 ho iniziato a analizzare un fascicolo di documenti:
Scritture
per li confini di Cacavero et Soprazocho
Archivio storico del Comune di Salò
Busta 107 - fasc. 20
pag. 272
Busta 107 - fasc. 20
pag. 272
Presentata il di 12 Agosto 1622 per d.Josef Francischi
Nomine est infra
Comparsero nell’off(icio)
Messer Hieronimo Leno et Messer Giuseppe di Francischi dalla
terra di sopra soccho in esecuzione del sindicato santo per ordine della prata Vicinia
di essa terra del sette del corente di agosto del tenor come in quello nel quale
particolarmente vi è condizione di puotersi componere con il Comune do Cacavero
terra di Praboiera per occopazione di confine et giustamente li essi Leno et
Francischi per nome prob.o come di sopra
hanno renonziato, et renonziano alla querela et accusa datta per detto Comune
di sopra socco alli signori Francisco et Gioseppe di Sozzi da Salò et altri di detto Comune di
Cacavero che puotessero essere nominati per imputazione di haver levato termini
tra li confini di sopra socco et Cacavero come per altro rispetto, et interesse
non intendendo che contra essi ne alcun altro che fosse nominato sii in conto
ne maniera alcuna più oltre proceduto ad instanza del Comune di sopra socco
solo in absolutamemte per liberarli siccome di ciò ne fanno essi non tanto per
privato quanto per pubblico interesse di detta Comunità di sopra socco il che
si credono ottennere per ogni melior modo, Promettendosi obbligati perennemente
Presenti
Prov.
Filippo Salano
Franciscus Fenarolus ns. ad crime
pag 273
Addì
11 Agosto 1622, La mattina
Li
Mti Illmi Eccmi sig Pompeo Averoldo Abbati,
Lodovico Baitello avvocato con Camillo Capriolo e Quinto Scanzo deputati
all’osservanza dei statuti, Leandro Rina e Gio.Batta Secco Sindici sedenti
sopra all’istanza fatta alli giorni passati per l’ Eccte Dottore Gio:Anto Cargnoni et
Bartholomeo Donati eletti per La Magnifica Comunità della Riviera Bresciana
sopra la differenza tra li Comuni di Caccavero et Soprazocho L’occasione di
asserto termine mosso tra essi Comuni. Hanno stabilito di far elezzione di uno,
o doi, che da loro Signorie Eccellentissime saranno destinati; che insieme
colli sudetti vadino sopra il luogo
contenzioso per riconoscere l’amozione di detto Termine; facendo quello
riponere al luogo dove di ragione và posto; acciò tale differenza sia
amicabilmente composta, e con sodisfazzione delli detti Comuni confinanti.
Et
che l’istessa elezzione debba servire, anco per terminare li confini tra il
Comune di Villanova, e di Volzano; elette che siano persone dalla Magnifica
Riviera, che a suo nome assistano a tale effetto; così consentendo alli
medesimi Comuni di Villanova et Volzano;
cioè D. Gio:Maria Turino q. Gio: Antonio per Villanova e signori
Giovanni Manzone e Benedetto Matinone per Volzano nei punti et inte[ndimenti
nostri](nascosto dal sigillo) et col medesimo modo.
Hieromy
Vizzola
Brixiano
Cancelliere subscriptum et signatum
A che cosa si riferiscono? Per scoprirlo continuo la lettura e la trascrizione deglia ltri documenti contenuti nel fascicolo.
A che cosa si riferiscono? Per scoprirlo continuo la lettura e la trascrizione deglia ltri documenti contenuti nel fascicolo.
lunedì 9 maggio 2016
Il signor Fernando mi ha scritto:
Gentile Sig. Abastanotti,
la signora Carla, mia parente acquisita (moglie di mio nipote), ha avuto la bellissima idea di regalarmi tre suoi libri, prendendo spunto dal mio interesse per la Prima Guerra Mondiale: “Del mio lungo silenzio”. “Il garibaldino nella foto” e “ Dov’è Nikolajewka?”.
Li ho letti tutti e tre con grande interesse e desidero pertanto - approfittando del biglietto da visita rinvenuto in uno di essi – esprimerle il mio ringraziamento e compiacimento.
DEL MIO LUNGO SILENZIO ha attirato ovviamente la mia maggiore attenzione essendo io impegnato in un ciclo di lezioni sulla Prima Guerra Mondiale all’Università della Terza Età di Gorizia quale appassionato di quella storia. La passione è nata dall’aver svolto alcuni anni di servizio, quale ufficiale dell’esercito, in quelle aree. E le dico subito che dal libro ho tratto diversi spunti per le mie lezioni (e di questo la ringrazio).
Ho molto apprezzato l’idea di mettere a confronto le lettere delle due categorie di combattenti: le persone più umili, come i contadini, e gli istruiti. In genere si riportano gli scritti solo dei primi. Bellissimo poi unificare le storie di un’intera scuola.
Volendo riportare in sintesi le mie conclusioni direi che, mentre era ovvio che gli studenti, i professionisti ecc– più coinvolti dall’atmosfera patriottica creata dalla corrente favorevole all'intervento - esprimessero una totale adesione alla guerra “risorgimentale”, mi si è confermata l'idea che, tutto sommato, anche i meno istruiti avessero accettato la guerra come un dovere. Non che non ne descrivessero la parte tragica in modo molto più drammatico degli altri, ma la consideravano ineluttabile e sicuramente giusta. Andavano cioè alla guerra con lo stesso senso del dovere (e di rassegnazione) con cui al mattino andavano nei campi. D’altra parte se non ci fosse stata anche un’intima convinzione, nessuna ferrea disciplina e nessun tribunale avrebbero potuto far superare ai soldati le situazioni estreme di sacrificio e sofferenza cui sono stati sottoposti.
Un’ultima osservazione. Molto spesso si leggono critiche durissime ai nostri generali per come è stata condotta la guerra. Critiche giuste. Ma occorre tener presente che allora la guerra si faceva così, in tutti i fronti. L’impiego a massa dei soldati contro le mitragliatrici e il reticolato era prassi comune; e se vediamo la percentuali delle nostre perdite (e noi eravamo sempre all’attacco) constatiamo che siano inferiori a quelle degli altri eserciti. Circa Cadorna, dobbiamo tener conto che, avendo saputo solo dalla stampa francese del nostro prossimo intervento, ha dovuto in pochissimo tempo creare dal nulla un esercito, portarlo a combattere, ribaltare i piani tattici e logistici, tutti impostati sulla Triplice Alleanza. Bisogna riconoscere che il compito non era facile, anche considerati gli aspetti fisici e sociali dell'Italia.
IL GARIBALDINO NELLA FOTO mi ha fatto piacevolmente tornare alle storie del risorgimento ultimamente un po’ abbandonate. Tra l’altro non avevo consapevolezza di quanti bresciani e bergamaschi fossero stati i protagonisti di dette storie. La figura di Carlo Trebaldini e la sua passione per Garibaldi, tipica di tanti giovani di allora, sono rese molto bene, così come l’ambiente della provincia bresciana. Piacevolissima e originale lettura.

DOV’E’ NIKOLAJEWKA è un libro che mi ha colpito per due motivi. Il primo riguarda la bella trovata del nonno che non parla delle sue vicende di guerra con nessuno e poi si scioglie con la sua nipotina. Il non voler parlare della guerra è un fatto molto comune, tanto più se la guerra è stata dura (non si sarebbe capiti) e specie se è finita male: c’è poca gloria). Una nipotina curiosa e affettuosa può essere la molla. Lo affermo con cognizione di causa perché ho anch’io una sola nipotina (14 anni), unica a farmi domande sul mio passato militare.
Il secondo motivo riguarda l’atmosfera di tragedia che il libro è riuscito a rappresentare. Sappiamo tutti cosa è stata la ritirata di Russia. Ma sicuramente ci vuole una buona dose di abilità per trasmetterla al lettore. Cosa che lei ha realizzato molto bene e di cui mi compiaccio. La seconda guerra mondiale è stata ovviamente una guerra disgraziata. Molti sono i morti di cui non vi è traccia né ricordo nei libri. La guerra di Russia, il cui dramma è pari a pochi altri, deve essere ricordata. Farlo con l’efficacia ottenuta nel suo libro costituisce senz’altro un elemento molto positivo e meritorio.
Grazie, sig. Abastanotti. La saluto cordialmente
giovedì 5 maggio 2016
Giordano mi ha scritto:
Carissimo,
ho ultimato ieri il tuo libro ” Il garibaldino nella foto”
La lettura è stata sorprendentemente piacevole
avvincente ed interessante.
Le vicende storiche descritte sono ben
inserite e non appesantiscono il racconto.
Gli inserti dialettali colorano quel tanto che basta il racconto
così come le strutture stilistiche non sono mai ridondanti.
A voler trovare un difetto a tutti i costi
a me personalmente sarebbe piaciuto un titolo (forse) più accattivante.
Complimenti ancora
Ciao
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