martedì 12 aprile 2022

 Martedì 21 settembre alle 20:30, presso il salone Pio XI, sarà presentato il nuovo libro di Maurizio Abastanotti, edito da Liberedizioni. Prenotazione obbligatoria per partecipare in presenza, ma possibilità di assistere in diretta anche sulle pagine Facebook Area 63 Gavardo e Davide Comaglio Sindaco.

 

Oltre la porta spalancata della tabaccaia Mimì, si scorge in un angolo qualcosa che non dovrebbe esserci e che sembra perfino una mano: che ci sia qualcuno a terra? che sia successa una disgrazia? magari un delitto? La copertina di “Alfa senza filtro”, l’ultima fatica del gavardese Abastanotti, sembra evocare misteri inquietanti e suggerisce tinte gialle in una storia che in realtà diventa tante storie, avvincenti e intricate, spesso appannate da un velo di malinconia. Il tutto nel contesto bellico che talvolta scuote il paese di Vardacco, mentre altre volte resta sullo sfondo, facendo giungere solo un’eco affievolita della “grande” storia.

«Vardacco è la sua gente – scrive Marco Piccoli nella prefazione - impastata di vizi e virtù, immersa nel vivere di relazioni che sono il dolce e l’amaro, la luce e l’ombra, colorano riti quotidiani, popolano i giorni al sole così come abitano intimi segreti che vagano inevitabilmente di bocca in bocca». A questa gente, 'casualmente' tanto simile ai compaesani dell'autore, non verranno risparmiati dolori e crudeltà, ma sarà proprio quella stessa generazione ad assaporare il coraggio della ribellione e il privilegio di poter costruire un futuro diverso.

Nel corso della serata Abastanotti dialogherà con Marcello Zane, editore del volume, mentre le letture saranno affidate ad Andrea Giustacchini. Mauro Faccioli curerà le musiche. Chiara Abastanotti, con i suoi disegni dal vivo, potrà sottolineare con originalità i passaggi salienti della presentazione.

La prenotazione è obbligatoria contattando l’Ufficio Cultura presso la biblioteca, al numero 0365.377462, o scrivendo a cultura@comune.gavardo.bs.it.

Giovanna Gamba

lunedì 2 agosto 2021

PREFAZIONE



Una penna che insegue storie nella storia e, alla fine, un filo di malinconia per chi è passato, tra le pagine di un libro o, per davvero, tra le vie di un borgo alla ricerca di un perché.

“Alfa senza filtro” è un libro di radici. Sullo sfondo dei trascorsi eventi bellici mondiali, scorre un’avvincente narrazione delicatamente tinta di giallo che richiama, a larghi tratti, gli scritti di Pavese ne “La luna e i falò” perché “un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

E’ il paese di “Vardacco”, con il suo fiume, la sua Grande Fabbrica, il ponte, la chiesa, la pesa pubblica vicino al Mercato Boario… insomma, un luogo fantastico ma allo stesso tempo non molto lontano “da qui” che apparirà molto famigliare soprattutto ai lettori conterranei dell’Autore.

Vardacco è la sua gente, impastata di vizi e virtù, immersa nel vivere di relazioni che sono il dolce e l’amaro, la luce e l’ombra, colorano riti quotidiani, popolano i giorni al sole così come abitano intimi segreti che vagano inevitabilmente di bocca in bocca.

Santino Raspoli è il Virgola, Enrico Rastelli il Màela, Giuseppina Mombelli la Mimì, Toni Barba de ram e poi c’è il Pècia, il Paciuga, il Bigì Sofiet, il Ciapem, il Masnabutù, il Gilberto Stropel, il Tresca, il Lomaga, il Menec Tampéla

I nomignoli segnano l’appartenenza stretta alla comunità, quasi ad indicare che, dopo quello con l’acqua benedetta, il battesimo della gente fissa l’impronta del destino e definisce, inesorabile, il profilo fisiognomico di un’intera esistenza.

Maurizio Abastanotti è bene attento a non rimanere confinato nell’invenzione. Attorno al fatto delittuoso che scuote Vardacco in una notte di fine agosto del 1946, avverte, anche in questo suo lavoro, l’esigenza di riavvolgere il nastro di vicende epocali. E così i suoi personaggi – che sanno abilmente elevare stalle al rango di palcoscenico - hanno vissuto il teatro crudo e vero delle guerre, hanno sperimentato la paura e il coraggio della ribellione, dei giorni passati a fuggire in montagna, hanno assaporato il diritto-dovere di scegliere le sorti di un Paese in una cabina elettorale…

“Alfa senza filtro” è una preziosa fessura da cui spiare un mondo senza selfie senza like.

E’ un’occasione per fermarsi sul ponte, appoggiarsi alla ringhiera di ghisa e, guardando il fiume, sognare di affacciarsi per una volta ancora, alla porta della tabaccheria della Mimì.

Marco Piccoli







domenica 10 gennaio 2021

ANTEPRIMA DEL MIO NUOVO LAVORO

Pubblico qui un estratto del nuovo romanzo. 

Non so come definirlo. 

Giallo mi sembra eccessivo, anche se contiene la narrazione di un delitto.

Storico potrebbe essere perché collocato in un tempo abbastanza lontano, il secondo dopoguerra e racconta, sotto mentite spoglie, fatti accaduti realmente.

Beatrice lo definisce antropogiallo storico. Forse ha ragione lei, ma non ha molta importanza , la definizione. Mi sono divertito a scriverlo e il gruppo dei lettori che mi permetto di usare per controllo hanno gradito, alcuni con entusiasmo.

 

L'alba matura e il suo cielo livido

Mancava mezz’ora alle sei del mattino di mercoledì 28 agosto 1946.

Ceschino amava quel momento dell’alba matura, prima che la luce inondasse il cielo dietro le colline, quel cielo bianco a est e livido ad occidente era emozionante, come una sorpresa. Viveva le sue giornate come avventure sempre nuove, curioso di ogni cosa, felice di ogni nuova scoperta e per questo in famiglia lo ritenevano un po’ svampito, con la testa fra le nuvole. Invece era molto attento ai particolari, alle sfumature, ai dettagli, sia delle persone sia degli ambienti.

Il parroco lo attendeva per servire la Messa. Quel ruolo di chierichetto lo faceva sentire importante, anche perché Don Luigi lo trattava con rispetto, gli parlava dei libri che leggeva, gli raccontava fatti storici, molto spesso del Risorgimento, di Garibaldi che Ceschino considerava un grande Eroe, anche se Don Luigi non ne parlava sempre bene.

Talvolta ricordava la sua prima volta alla Messa. Il suo amico Eugenio si era ammalato e lui, che aveva ormai promesso la sua presenza, si era ritrovato in veste nera e cotta con il campanellino in mano. Don Luigi, prima di iniziare a celebrare si era volto verso di lui con uno sguardo interrogativo che non aveva saputo interpretare, poi il sacerdote gli aveva fatto il gesto come di agitare il campanello e lui lo fece. Bello quel suono argentino che risuonava dentro le alte volte del tempio!

Le preghiere e le invocazioni in quella misteriosa lingua, il latino, misero Ceschino in agitazione: quando avrebbe dovuto suonare ancora il campanello? Quando versare il vino e l’acqua al celebrante? Anche se i fedeli erano pochi, una decina di donne e la metà di uomini, non voleva far brutta figura con il prete e magari essere estromesso dal novero dei chierichetti. Una tensione altissima e il massimo della concentrazione gli consentirono di intuire le sequenze attraverso i gesti del prete e suoi sguardi tra il perplesso e lo spazientito, specialmente quando agitava il campanello fuori tempo.

Dopo lo Ite Missa est Don Luigi lo aveva chiamato al bancone della sacrestia.

- È la prima volta, vero, che servi la Messa? Il tuo amico non ti ha spiegato nulla?

Ceschino, lo sguardo fisso alle scarpe del sacerdote, era arrossito e due lacrimoni gli erano scesi sulle guance.

- Non preoccuparti, imparerai presto e sarai più bravo degli altri! Ora vai a suonare la campana per annunciare la Messa seguente.

Il bambino era corso via sotto il campanile e secondo le istruzioni di Eugenio, in questo caso precise, con un salto si appese alla corda centrale e tirò verso il basso. Non lasciò la corda e si sentì sollevare da terra: le vibrazioni della campana e la piacevole altalena gli fecero presto dimenticare la brutta figura.

 

Per arrivare alla chiesa doveva attraversare la metà occidentale del paese, da mezzogiorno a settentrione. Il primo tratto, in parte sterrato e in parte a ciottoli di fiume, passava davanti alla vecchia fornace, si snodava tra due ville padronali, un allevamento di polli e una cantina il cui proprietario era detto Paciüga (pasticcia) per una sua presunta abitudine di allungare il vino con l’acqua del pozzo e in seguito aggiustarlo con le polverine. A quell’ora dalle finestre si vedevano alcune luci accese. Nell’allevamento i polli starnazzavano e le galline chiocciavano facendo un gran baccano, segno che il signor Pezzini e sua moglie stavano già distribuendo il becchime a quelle centinaia di pennuti.

Svoltato l’angolo della cantina, si immetteva sulla strada statale che collegava la città con il lago e la valle.

Su quella via i primi rumori che sentì provenivano dall'Osteria "Alla Pesa", proprio di fronte alla Pesa Pubblica. Era la mescita più vicina al Mercato Boario, dove ogni mercoledì avvenivano le contrattazioni di compravendita di equini e bovini, maiali, pecore e capre e ogni sorta di animali. Era il giorno del mercato e il locale era già affollato di contadini, allevatori e sensali. In mezzo a un gruppo di questi c'era Biagio Gaffurini, detto Pacatèsa, per il suo parlare lento, con il tipico cappello tondo sulla sommità, il vestito di fustagno e la catena d'oro dell'orologio da taschino che pendeva dal panciotto. Ceschino lo conosceva bene perché suo padre si serviva di lui per acquistare i maiali. Si lasciò dietro l'odore del vino e dei grappini e continuò per la sua strada.

Il laboratorio del ciabattino era ancora chiuso, ma il fornaio Bertelli, invece, era sulla porta del negozio a fumare una sigaretta prima di andare a dormire.

- Ceschino, dove vai di bello?

- Vado a servire la Messa prima.

- Aspetta qui, un momento...

Entrò nel negozio e ne uscì con un panino ancora caldo di forno.

- Tieni. Non ho tempo di andare a Messa, me la dici tu un'orazione alla Madonna, me lo prometti?

- Grazie signor Tullio, lo farò di sicuro, volentieri.

- Bravo, salutami il tuo papà e la tua mamma.

Il bambino si mise il panino in tasca. L'avrebbe mangiato dopo il rito: non poteva certo andare a fare la comunione con lo stomaco pieno!

Il tratto di muro vicino alla panetteria, era coperto dai resti dei manifesti del referendum e delle elezioni della Costituente ormai ingialliti e sbiaditi dal sole e dalla pioggia. Si riusciva ancora a vedere il ritratto della famiglia reale, il sovrano stempiato con la moglie e i quattro figli tutti sorridenti, con la scritta:"Votate per la monarchia", la figura inquietante di un soldato, o meglio del suo scheletro, con la stella rossa sul berretto con lo slogan "Vota o sarà il tuo padrone". C'era anche il volto del suo Garibaldi: "Se voti per me, voti per te".

Naturalmente Ceschino non ci capiva nulla. Aveva sentito le discussioni in campagna elettorale tra suo padre e gli zii; sua madre e le zie avevano votato per la prima volta e si erano portate dietro anche la nonna.  Quello che più lo inquietava, chissà perché, era tuttavia il manifesto del Partito Repubblicano con le figure di due bambini con una corda intorno al collo. Sotto c'era scritto "Liberateci dal nodo Sabaudo!"

Si portò la mano alla gola, inconsciamente, immedesimandosi in quei bambini legati.

Un forte rumore di trascinamento sulla terra battuta lo costrinse a voltarsi: vide l’imponente figura del Rochi che arrivava dalla strada del monte. Ora si era fermato a riprendere fiato prima di entrare in paese. Si asciugò il sudore sul viso con lo straccio che teneva per riparare le spalle e la testa; con una mano teneva ritto il bastone a forcella che reggeva il börölot, il grosso fascio di legna che poteva pesare anche più di un quintale.

- Stai pensando per chi votare? Guarda Ceschino che le hanno già fatte le elezioni!

-Lo so, lo so… rispose il bambino arrossendo

Rocco Bonassi, due anni di prigionia e tre di guerra, a un anno dal suo ritorno non aveva ancora trovato un lavoro stabile, adattandosi a fare il manovale o il contadino a giornata. Integrava le sue scarse entrate raccogliendo legna, funghi, lumache e tutto ciò che si poteva commerciare. Pescava di frodo, stordendo i pesci dando mazzate sulle pietre del fiume oppure mettendo i cordini: la sera, appena buio, posava sul fondo del fiume, da una sponda all’altra, un cordino di cotone al quale erano assicurati, ogni metro, fili di bava con amo e esca. Ritornava a recuperarlo prima dell’alba, immergendosi di nuovo fino al petto nell’acqua fredda. Vendeva le anguille e le trote, destinando cavedani e barbi alla mensa famigliare.

Ceschino lo conosceva bene perché suo padre lo ingaggiava quando c’erano lavori pesanti nei campi. Lo salutò e riprese il suo cammino verso la chiesa.

La scoperta

Quando arrivò in piazza non c'era ancora nessuna bancarella: gli ambulanti sarebbero arrivati più tardi con le loro carrette e li avrebbe trovati all'uscita dalla chiesa.

Sulla porta dell'altro panettiere c'era il carro del Bigio Cometti, detto Masnabutù, macinabottoni, il mugnaio, che stava scaricando alcuni sacchi e li portava dentro il forno. Al carro era legato un cavallino storno che piaceva molto a Ceschino. Si fermò infatti a carezzarlo sul muso e l'animale emise un breve nitrito di saluto facendo vibrare le froge umide. Gli porse un pezzo del suo panino che sparì nella grande bocca.

Nel vicolo adiacente la forneria c'era la bottega del maniscalco, ancora chiusa. Sarebbe passato di lì dopo la Messa per salutare il signor Musini, per osservarlo mentre forgiava i ferri per cavalli, buoi, mucche, asini e muli. Per guardarlo mentre con le sue possenti braccia sollevava le zampe degli animali per limare gli zoccoli e per ferrarli. Un giorno gli aveva chiesto se quei chiodi che infiggeva non procurassero dolore. Il maniscalco l'aveva rassicurato: lui sapeva dove piantarli senza fare del male.

Attraversò la piazza verso la Chiesa. Ormai il campanile segnava il quarto alle sei, bisognava correre, perché Don Luigi non amava i preparativi frettolosi.

Dopo pochi passi si bloccò: la porta della tabaccheria della Mimì era spalancata e il suo sguardo fu attirato da un pacchetto di sigarette per terra, sulla soglia. Si avvicinò lentamente e allungò il collo per scrutare nella semioscurità del negozio. Non sentiva la voce della padrona e nemmeno un rumore. La curiosità lo spinse a entrare: davanti al banco tra pacchetti di sigarette, caramelle sparse e fogli di vario genere giaceva il corpo della tabaccaia, la testa in una pozza di sangue. Un grido stridulo di terrore gli uscì dalla bocca, scappò via dal negozio in direzione della chiesa, urlando:

- Aiuto, aiuto!

Le rare persone che stavano passando sul ponte, non riuscendo a comprendere cosa stava accadendo, si diressero in senso contrario alla sua corsa.

Arrivato ansimante e trafelato in sacrestia, Ceschino, cereo in viso e scosso da singhiozzi non fu subito in grado di raccontare al parroco quel che aveva visto. Ci vollero un paio di minuti, poi Don Luigi disse:

- Vado subito a vedere cosa è successo. Tu, intanto vai in caserma e avverti il maresciallo.

Quando il maresciallo Giacanò e il suo appuntato arrivarono con le loro biciclette sul luogo della scoperta c'era già una piccola folla che si spintonava per poter vedere dentro il negozio.

Venne loro incontro il parroco.

- Povera Mimì! Le ho dato l'estrema unzione...

Il maresciallo intimò a tutti di allontanarsi qualche metro dall'ingresso, Paccanella spintonò i più restii apostrofandoli con il suo vocione, poi i due carabinieri entrarono per osservare la scena e fare i primi rilievi, ma il loro primo compito, difficile e penoso, fu quello di staccare il Virgola dal corpo esanime della tabaccaia.


mercoledì 23 ottobre 2019




QUELLO CHE NON HO… È UNA CAMICIA BIANCA
Stava gustando intensamente gli aromi di una miscela di Virginia Burley e Kentucky che aveva composto pochi giorni prima, curioso di sperimentare nuove sensazioni. Aspirava da una vecchia Royal Dutch, una splendida pipa di radica, fornello basso e tondo e bocchino corto e ricurvo che teneva, tra le sue preferite, per i momenti di assoluto relax. Nell’aria la voce del vecchio Bo Diddley e il suono della sua mitica Cigar box.

Per evitare fastidiose interruzioni del rito aveva lasciato lo smartphone nel corridoio, lontano dalla poltrona nella quale era sprofondato. Per questo non aveva sentito il segnale del messaggio e erano trascorse alcune decine di minuti prima che ne vedesse l’icona e ne leggesse il contenuto. Laconico: “Devo parlarti con una certa urgenza”. Due particolari lo avevano subito colpito: il contenuto un po’ ansioso e ansiogeno ma soprattutto il fatto che il mittente fosse un collega molto noto, un Maestro, che aveva incontrato poche volte, con il quale aveva scambiato solo rare battute o poco più di un saluto a margine di performances o workshop. Si sentì lusingato per l’implicita confidenza e curioso di conoscere i motivi della sottolineata urgenza.
Cercò il suo nome nella rubrica e lo richiamò.
- Domattina devo tenere un team building percussivo in una grossa azienda di Milano. Non me la sento di farlo da solo, ma il mio socio abituale, lo ricordi, vero? Si è ammalato, potresti sostituirlo? Lo so… all'ultimo momento … non voglio metterti in difficoltà.
- Io… mah… non so se sono in grado…
- Non dire sciocchezze! Sei molto bravo. Ti ho visto all’opera, come interagisci, la tua energia… non ho dubbi! Mi farai fare un’ottima figura. Domattina ore 7.00 al binario 1. Camicia bianca con papillon e pantaloni neri, ça va sans dire. Ah! Naturalmente scarpe, non i soliti ciabattoni, lo so che ti chiedo un grosso sacrificio, ma qui siamo al top!
Un attimo di silenzio.
- Va bene, ti ringrazio per la fiducia. E gli strumenti?
- Li ho già fatti recapitare sul posto e collocati nella sala, non preoccuparti, li troveremo pronti all’uso. A domani!

Asciutto, diretto e, in qualche modo, perentorio: i primi due aggettivi li trovò consoni al suo immaginario, il terzo, sinceramente, un po’ fastidioso. Ma, tant'è, l’occasione era troppo ghiotta per lasciarsela scappare. Non era il caso di essere troppo suscettibili.
Cominciò a far mente locale sull'abbigliamento, ma l’immagine di sé in abito elegante lo fece sorridere: non indossava abiti civili da un secolo, solo tute da lavoro, maglie e magliette stinte.
Dunque… i pantaloni neri… facile! Ne aveva acquistato un paio l’anno prima per partecipare ad una pièce di teatro sperimentale con musica e danza, stressato da un amico che lo voleva a tutti i costi sul palco. Aveva interpretato la parte di un intellettuale parigino della Rive gauche con tanto di dolcevita, anch’essa nera. Come aveva richiesto la sua parte consisteva in monosillabi e gesti. Non amava la sua voce e soprattutto la pronuncia fortemente segnata da inflessioni dialettali.
- Pantaloni a posto! - pensò – sono qui, nella casa in città. E il papillon?
Ah, sì, quello l’aveva conservato dai tempi nei quali aveva fatto il cameriere al Grand Hotel sul lago.
- Insieme alla piccola cravatta ci dev’essere una camicia bianca!
Salì sull’auto e si diresse verso la casa dei genitori, quaranta chilometri a sud est. La mamma aveva sicuramente custodito l’abito delle sue esperienze giovanili nella ristorazione.
Il traffico era scorrevole e giunse a destinazione abbastanza in fretta. Suonò il campanello, più volte, ma nessuno rispose.
- Maledizione! Proprio oggi!
Si sedette, deluso, frustrato, sul muretto e gli venne una tale rabbia in corpo che avrebbe pianto se non gli fosse balenato un ricordo: suo padre nascondeva un paio di chiavi in un buco del muro di cinta tappato con un sasso, sul retro del giardino, per le emergenze. E questa lo era, senza dubbio. Bravo papà!
Trovò il mazzo delle chiavi e finalmente riuscì ad entrare. Nella cameretta che aveva occupato prima di traferirsi in città c’era ancora il suo armadio. In un cassetto trovò il papillon e, come previsto, anche la camicia bianca. Gli bastò un’occhiata per rendersi conto che gli sarebbe andata a pennello una ventina di chili prima. Infatti le braccia entravano a fatica nelle maniche, il collo era stretto e bottoni e asole rimanevano distanti almeno una decina di centimetri.
Era necessario inventarsi qualcosa. Il pomeriggio avanzato richiedeva soluzioni rapide.
Considerato che si trovava al paese telefonò a un suo caro amico, che abitava in campagna a un paio di chilometri dall’abitato.
- Certamente! Vieni qui, ho una bella camicia bianca, l’ho comprata per andare a nozze di mio cugino.
- Grazie!
Via di corsa sulla strada sterrata che portava alla fattoria.
Quella del suo amico era davvero una bellissima camicia, ma tra asole e bottoni, anche in questo caso, c’era incomunicabilità.
- Mi spiace, è l’unica che ho… te l’avrei prestata volentieri. In effetti ti sei irrobustito mica male negli ultimi anni!
Che fare a questo punto? Erano già le sei di sera e non aveva ancora risolto il problema.
Avrebbe potuto acquistarla nel negozio lì in paese ma sapeva, per sentito dire della madre e della sorella, che i prezzi erano piuttosto alti.
- Nel mio spazio della moda tengo solo capi di una certa classe, quelli dozzinali li potete comprare anche sul mercato o nei supermercati cinesi, pare abbia detto in più di un’occasione la signora Delia.
Gli spiaceva investire tanto denaro per una camicia bianca che non avrebbe più indossato in seguito, forse.
Risalito sull'auto, la diresse perciò verso il paese vicino dove c’era un negozio, quasi un centro commerciale, gestito appunto da cinesi. Trovò la camicia della sua misura e la pagò pochi soldi, come previsto. Poteva, tuttavia, presentarsi con tutte quelle pieghe della confezione?
Doveva essere stirata. Sua madre non era ancora tornata, non sapeva dove mettesse il ferro da stiro per far da sé e dunque si ripresentò alla porta della fattoria.
- Dovrei chiedere un favore alla tua mamma… se può prestarmi il ferro da stiro…
La signora fu felice di rendersi utile stirando lei stessa la camicia e volle che fermasse anche a cena.
- Sono le sette e mezza, ormai, dove vai a quest’ora? Prima che arrivi in città è già ora di andare a letto!
Tornò in città, felice per aver risolto il problema e per la cena squisita.
Il mattino seguente, puntuale, incontrò il Maestro sulla banchina del binario e presero il treno veloce per Milano. Il taxi li portò alla sede dell’azienda. Un palazzo di vetro e acciaio imponente nello skyline della metropoli. Al quindicesimo piano li accolse una segretaria gentilissima, ma assertiva. Occhiali a occhi di gatto di tartaruga, tailleur nero, camicetta bianca con il collo alto e il papillon. Notò con sorpresa che indossava un paio di ballerine di vernice, anziché i soliti tacchi a spillo.
Li accompagnò in una saletta.
- Vi prego di attendere qui. I dipendenti interessati al vostro incontro stanno salendo alla spicciolata, quando saremo tutti pronti verrò a chiamarvi.
Appena la porta si chiuse dietro quella nuvola di J’adore, si tolsero le giacche e iniziarono a controllare, in uno specchio grande come la parete, che la camicia non si fosse stazzonata durante il viaggio e a ripristinare la simmetria del papillon con il collo.
Dopo qualche minuto la segretaria rientrò con un busta di carta.
- Siamo quasi pronti. Intanto, per favore, toglietevi le camicie e indossate le magliette con il logo dell’azienda.
Prima di scomparire nuovamente dietro la porta, si voltò con un sorriso.
- Grazie, vi aspetto nel salone.

venerdì 8 febbraio 2019

ANCORA IL DIALETTO...
Immodestamente scrivo questi brevi racconti in dialetto, pregando chi li legge di perdonare l'imprecisa ortografia. Scrivere in dialetto, almeno per me, non è facile.

EL  CARDINAL SUBIOTTI

Certe matine pasa de ché apò el Cardinal Subiotti. No, lü el se ciama Cristoforo, l’è mia un cardinal vero, el ciamom scé noter per el sò portament, el sò fà,. Tale e quale el so poer bubà, chel putativo, neh…el Cavalier Gelsomino Subiotti. Putativo, come San Giusepe, sul che la part dele Spirito Santo el la fada on omasì che girava a vender l’oio de la Riviera. Dopo l’ontada, apena chel gà sait che la poera Nina, la mama del Cardinal, l’era ‘n stato ‘nteresante el gà fat finta de neent. Alura el Cavalier Gelsomino, che l’era pöt, amico de famea, el la spuzada.
El Cardinal el porta giaca e cravata, la siarpa e el capel istat e inverno. El camina stinco come s’el ghes la schena blocada; quant l’encontra vergù che el la saluda el fa un inchino leser col có e el rispont: “Buongiorno, caro!”. Se envece l’è ‘na fomna el ghe dis: ”Buongiorno,cara!” e po’ el ghe fa el baciamano. L’è un signore, neent da dì.
El ciamom Cardinal doma per el fato ch’el gà tentat apò la strada ecclesiatica. El gares vulit deentà almeno cardinal, se no Papa, la dizia la so poera mama. L’è stat en semenare devers agn, pò un dé l’ignit a casa. I l’a sconsigliat de nà aanti, se sa mia el perché. Vergù i dis che l’era trop ambisius, vergù i dis che i l’a troat de not sota en oter seminarista (e ghera mia i lècc a castel neh!), vergù i dis che l’è stada la so poera mama a fal vegner a casa perché l’era restada vedova… fato sta ch’el gà cambiat strada el se mes a fa el sicüradur come el Cavaliere.
L’è ‘ne studioso, neh, el ghe sa töta la Stória del paes e mia apena. El va ‘n giro a fa le conferense. Se sa mia come: el gà on sac de solcc. L’è vera ch’el gà redetat dai so genitur, ma el Cavalier a forsa de elemosine el ghe n’era mia tanti.  De ciacere ghe n’è ‘n giro tante, ma la piö giösta, per me, l’è chela che l’omasì de l’oio el gà lasat töt a lü per riparà el tort ch’el gà fat a la so mama.
L’è ‘nteligente, sior, educato, anche se mia bel fes, come mai el troa mia ‘na fomna de spuzà? Me ghe l’o domandat e lü el s’è cavate l capel el m’a rispundit, tirando ‘dré i cavei:
-C’è tempo, caro, c’è tempo…
L’o vardat e go pensat: ghe piaserale po’, le fomne?

EL  CÜZÌ SPIÙ
El ria töte le matine, ‘nvers le òt, òt e meza co la so bicicleta verda smarida de Carlo ü, el la liga co la cadena al pal del fanal, zo là ‘n font alla piasa e po’ el cumincia el sò giro. Prima el va da la Liseta del Patilù, che l’è la prima a derver botega, el s’enfurma sö le disgrasie, le beghe e le fomne incinte. Dopo el và sce dré a fale pasà töte: la tabachina che la dis che la völ saì neent ma ’nvece la conos el nà el vegner de töcc, la pastisera che la sa le facende de chei che va a fa colasiù col capucino e la pastina dulsa,  el barber, che però l’è quasi semper serat, col cartel “Torno subito”, ma quant ch’el ghè l’è ‘na pegnata de tocio, el boi föra töcc i peteguless del paes. L’è mia curius, l’è la spia de cüzì, el Sindec.
Alla fì el ria ché al bar, ma el si senta mia zo come fa i oter. El gira da un taulì a l’oter a salüdà, a fa salamecchi, come stal chel lé, come stal chel là,come vala föra lé nela vosa contrada, e via discorendo. Ala fine el sieglie el taulì vizì al gruppo piö ‘nteresante e l’urdina el cafè.
I quater buntimpù del trizac i gà deciso de tiral per el cosidetto. I gà ‘ncuminciat a bater lé ‘na frase co l’aria circospeta apò un’otra e un’otra amò, fin ch’el gà bocat come ‘n caasì.
Quante ‘l gà cominciat a sintas zo vizì a lur töte le matine, i gà dat el via ala tiritera.
- El vera?, set sicür?
- Se te dize de se!
- Chi tel’a dit a te?
- El preost! El gà de nà ala Madona del Röbagot, el pasa apena.
- Pota, ma un fato cosé, come fai a tignil scundit?
El dé dopo.
- Me somea mia pusibol…
- Te dize de se!
- Prope el Papa?
- Fa sito! Parla almeno a basa us! To dit che l’è ‘na notisia riservada
El dé dopo amò
- Ma quant pasel de ché?
- Martedé che vé, envers le tre del dopomesdé! Però sito, ghe mia de fà reclam, perché el völ mia fermas!
Dopo chesta frase el cüzì l’è saltat en pé e l’è nat vià de cursa. L’è nat a riferiga al Sindec che pasaa el Papa dal paes, ma el se sares mia fermat. Se vede ch’el preost, che, s’el sa, el va mia d’acorde col primo citadino, el gà tignit scundida la notisia.
El martedé, ale tre dopodisnat, sota un sul che spacaa le prede, serem de löi, el Sindec, giaca e cravata e fasa tricolore, con du asesur e ‘l so cüzì l’era ‘n font al paes a spetà.
-       Saral cola machina?
-       Pöl mia eser: vöt mia ch’el gabe dré du o tre cardinai, el segretare, el coro, do suore per faga i mester, ensoma, ghe völ en pulman.
Dopo ‘n ura
-       Set sicür de iga capit bé?
-       T’el züre söl co de la me fomna!
-       Bela fadiga!
Dopo do ure
-       Per me te ghet capit en ostia!
-       So sicür ch’e i ga dit che pasaa el Papa dopodisnat!
Mis de südur come puzì, le face rose come rave, i era dré che i naa a casa, quant i gà sintit el rumur del mutur de un mezo gros, de dré de la cürva prima de l’ingres del paes.
-       L’è ché!
Al post d’en pulman, ghè rivat un camion. Söl tilù ghera scrit, grant come ‘na casa: “Papa Ermenegildo - trasporti internazionali”

 I NOM    
‘Na olta la piasa , specialment d’istat, l’era el regno dei gnari e dele gnare, grancc, picinì, de töte le età. I zügava a curis dré, a cip,  a ciche, a scaalcamulete, a mondo, ‘nsoma i se perdia vià, tanto è vero che bisognava semper ciamai per nà a cà a fa i compicc o a mangià, ma chèl magare ghera mia scé bisogn, ghe pensaa le stomech a sunà ‘l mesdé. Alura se sintia le us dei bubà e dele mame:
“Antonio, vé a cà che l’è pronta!”
“Batista vegne a töt a pesade ‘n del cül!”
“Maria, se te vegnet mia sübit a preparà la taola, te fo fa mé i salti, co le stropel!”
I era chei lé i nom che girava, Antonio Batista, Luigi, Giusepe, ecetera per i gnari, Maria,Caterina, Margherita, Madalena, ecetera per le gnare.
Al dé de ‘n cö, a stà che ‘n piasa te sentet ciamà i pütì, chei poc che pasa, tacacc a le sotane de le so mame, Rich, Yuma, Vilmer, Kevin… e le pütine? Belen,  Sharon…Hillary
Ghe l’o mia sö coi tati, l’è mia culpa sò…
Va bé… el mont l’è cambiat e bisogna sai stà ai tempi, el dis chela siensa del me fiöl.
Però ghè ‘na roba che me sta söl gos, go de contavela.
En dé, so che che lese el giornal, sintat zo de föra del bar, e sente:
“Gianni, Gianni, vieni qui subito!”
Me meso mia girat a vardà, perché vulia mia someà curius
“Gianni, Gianni, vieni qui, immediatamente!”
Go pensat: “Eco en bubà che fa ‘l so mester el se impone col fiöl!”
Me na mà, me gire co l’aria distacada e no vede che l’è l’aocat Calessi che ciama el so cagnì?!? Robe de nà vià col co!
Ma el pegio el ghera amo de rià. Quac dé dopo vé deter nel bar ‘n siura con dena sporta, la senta zo e la cumincia a parlà cola sporta: “Bettina, sta tranquilla, che dopo ti do il biscottino… brava la cocca della mamma! Brava la mia piccina!”
L’è nada aanti des minücc a parlà co la bursa. En tra me pensae che l’era ‘na poera mata, En vidie pasà de zet sciopada, burlada zo dale scagnù da picinina, a töte le ure del dé! giöna piö, giöna meno…
Envece, tee, dopo 'n moment, vé föra da la sporta un cosatì de cagnì töt piluss che no se vidia gnà i öcc.
Betina, Betina la la ciamaa! Ve rindif cönt? Se la ghes de senter la me poera zia, Porsellini Elisabetta detta Betina, la se riulta ‘n de la tomba, ansi la fa i scüi martei che per furtuna che ghè la lastra a tignila deter, pace a l’anima sua!
A proposit de nom, comunque, el colmo l’o sintit en dé:
“Uber, Uber, non correre!” go leat i öcc da la Gazeta e go vist ‘na mama, che po’ l’era la fiöla del Gino Patilù, chel de le scarpe, che ciamaa el so pütì. Ma porca galina! el diseres el Torno subito.‘Ndo sarai nacc a töl che nom lé?
La me fomna la dis che so curius come le betoneghe, ma l’è mia vera, töte bale, mi tengo informato, semplicemente!
Go fat e go brigat finamai ch’en dé go gatat la fomna del Patilù da sula en botega.
Ciao Ciao come stet, che sà e che là… go vist la tò fiöla col so pütì… e so nat sö l’argoment. Beh, el zener del Patilù, en alter pucianigoi, l’è patit de la Germania, l’è ‘namurat dei cruchi de le so machine, dela tecnologia, finamai del so calcio, ma el ghe sa mia ‘na parola de todesch. En bel dé l’è nat en vias en dena cità todesca, domandim mia el nom, perché l’è trop cumplicat. Lé el s’è troat bè anche s’el capìa negot.  En dena bireria el gà vist un cartel en sima al banc con scrit : Deutchland Uber Alles. Forse l’era restat lé da l’ultima guera. La prima parola però l’era quarciada da i bigliecc de le urdinasiù, el vidia apena Uber Alles. El gà pensat che Uber el föss el nom  e Alles el föss el cognom de chel oster grant e gros, fat zo en po col podet, ma simpatic e quant l’è vignit a casa, el gà dit a la so fomna che l’era en stato ‘nteresante: “Se l’è ‘n mascc, el ciamom Uber!” 

LA PIASA
Vidif chesta piasa? Töta neh? Case, boteghe, portec, töta ‘nsoma.
Beh, fina a l’ ültima guera l’era so de ‘na persuna sula! L’è inutil che fief chele face lè, dize la verità! L’era töta sò dela Marchesina Esmeralda Liquorini Dall’Ortica, ‘na siura vera, ültima disendente d’ena famea nobile. I ghera mia apena chela roba ché, neh, ma ‘l so bubà de l’Esmeralda ‘l gà maiat föra i teré co le carte e le fomne. A la Marchesina ghera restata apena (se fa per dì) el palas, ch’el lé di fronte e le altre cà de la piasa
La marchesina l’era ‘na bela fomna e la gà it devers pretendenti, töcc de ‘n certo livel, mia poeretam compagn de mé. Me cognose la storia perché la me poera mama la gà fat servisio ‘n del palas, quant l’era pötela, single, ‘nsoma, nom!
Ghè stat l’ingegner Timbrini de Bresa, ‘n zuinot de töt riguardo, ma ‘l ghera la fama de pucianigoi, de fànigot, e lé l’a la mia ulit.
Ghè stat ‘n per de nobili, giü del Mantoà, sior da fa schifo, ch’el ghera la fama de canarös, siupafemine e giü de Venesia, spiantat che se tel vultaet col cül ‘n sö, nàa ‘n tera gnà ‘n centesem. I a mia ulicc, ocor mia che vel dise.
‘Nsoma ghe n’è stacc ‘na téra e meza, töcc rifüdacc, fina a che ‘n dé ghe comparit chel giöst!  Conte Bruco Rasponi del Sale, romagnöl. L’era ‘n po sö de età, mia tat bèl, la disia la me mama, ma lé la s’è ‘nemurada sübit, un colpo di fulmine! Aviatore, ‘l disia che de gnaro ‘l ghera cunusit de persuna Francesco Baracca, pensa te!
‘Nsoma per scürtavela, ghè vignit la guera e lü, ocor mia dil, el s’è aruolato come pilota. Fato stà che so mia come e perché, ‘n dé del 43, dopo l’amistisio, l’è stat ciapat dai mericani. Sicome l’era nobile e pilota, i l’à mes ‘n de ’n aeroporto a fa n’po de ausiliario al volo.
En dé che ghè vignit ‘n ment? El gà robat ‘n aereo e l’è scapat. L’era sicür gnà de iga binzina asé, ma ‘l so scopo l’era ‘na a troà i tedesch, l’era ‘namurat del Fürer e el vulia aruolas con i cruchi. Vula e vula, söl mar, per mia fas veder, el gà finalmente vist ‘na nave todesca. Alura el gà cuminciat a giraga ‘n sima e a fa gesti col bras per tirà l’atensiù. El l’a tirada, ecome! El ghera desmentegat de eser sö ‘n aereo mericano, però. I todesch a l’inisio i garà pensat ch’el gheres biit, ma dopo n’ po, per la pora ch’el ghe burlaes söl co, i gà tirat tre canunade. Le prime dò i l’a falat e lü l’era töt contet perché el pensaa a salve di saluto e el continuaa a fa ‘l saluto romano, ma la tersa la gà ciapat la cua e el Conte Bruco l’è dat zo ‘n del mar. L’acqua l’era freda, serem d’inverno, e me m’emagine che l’è là amò ‘n font al mar col so bras zelat a fa ‘l saluto.
La notisia l’è riada al palas e da chel dé lé la marchesina la gà piö mangiat, gnà ‘n tòc de pà, gnent! La s’è lasada mörer dal diaspiaser.
La gà lasat töt a la parochia e sicome el preost el ghera de cumudà i cop de la cesa, el ghera de fa sö l’oratore nöf, cambià la machina, töga la lavatrice ala perpetua, cambiaga el rozare ala Madona, ecetera ecetera, el gà vindit töta la piasa, ‘n po per volta.
El Cümü el vulia abelì la piasa con dena fontana, un monumento, vergot de bel, ‘nsoma. El gà dat l’incarico a l’architet Minestrini Capazzi, ch’el ghera comprat ‘n tòc de palas l’è ‘n sima ala botega del fotografo. L’era brao fes, semper ‘n giro per l’Italia a fà progecc de palas, piase, vile. L’era la persuna giösta per fa bela la piasa.  Lü el s’è mitit a disegnà a fa le misüre, a ragiunà de che e de là, ma ‘n bel dé el s’è blocat: “Depressione grave” el gà dit el dutur.
Per capì ch’el che ghè süces bisogna fa ‘n pas ‘ndré. Sota el so apartament, al post del fotografo ghera ‘ne scarpulì, un calzolaio, un ciabattino (siura come goi de fa a faghela capì?) El Giacom Söbra, cozé i la ciamaa,tic tac tic tac tic e tac el batìa la minela matina e sera ma apena el ghera ‘n po de tep, el lisìa, el saìa la Gerusalemme liberata a memoria, tat per dì! El disia semper: “En dé o l’oter parte, ve lase ché en de sto paes de merda!”. Ma ‘l naa mai vià.
‘N dè, ‘nvece, l’è sparit, se sa mia ‘n do l’è nat. Se sa apena che l’era mia da sul.
La fomna de l’architet Minestrini, ‘na bela siura ‘n dé la sìa presentada a le scarpulì:” Mi potrebbe alzare il tacco, per favore?” El dé dopo “Mi potrebbe abbassare questo tacco, un po’ troppo alto per favore?” “Le pare che stia bene con la mia gamba?”
Fato sta che alsa el tac, sbasa el tac, sö e zö, sö e zö, avanti e ‘n dré, varda la gamba, che bela la gamba i s’è innamorati e iè scapacc ‘nsema. E La piasa l’è restada ché tala e quala.

L’ORCHESTRA
Fina a poc tep fa che en piasa, davanti al bar, ‘na olta ala setimana sunava l’orchestra.
L’orchestra… l’è ‘na parola grosa… dizom che sunava un’urchistrina, ‘soma iera en quater, a olte sic.
Ghera el capo, el Gipì, ch’el sunava la chitara e el cantaa. L’era un omasì da rider, grant quater palanche, ‘n po gobo, sòp d’ena gamba, “ferita di guerra” el disia lü, ma a dila töta, l’è dat zo da la pianta de brogne che l’era dre a robà n’del cap del Maëla. El Gipì l’era un gran cantante, ‘na us da “tenore basso”, quasi baritono, calda fess che ale fomne ghe tremaa en finamai la gamba, a balà, e… mia apena chela. Pörtrop, dizomela töta, el ghera mai i sunadur a la so altesa.
Giü el rincrisia perché i era vignicc sö grancc ensema, l’oter el valia negot, ma el ghera ‘na grant pasiù, l’oter l’era so cögnat…eehh che vulif fà!
El Pino Benel violinista di vocasione el gà mai stüdiat la müsica, poeret, ele ghera finit gna le scöle elementar per nà a fa el famei. El ghe saia mia le note, gli accordi e chele robe lé. La prima olta che el Gipì el gà dit: “Chesta la fom en Do”, lü el s’è vardat en giro el ga dit ” samai la fom en dù, me e te, de fomne en vede mia”.
Come se sa per sunaà el viulì bisogan postaga sö el barbos,(rivolto a una signora del pubblico) il mento, siura, la sala mia ch’el che l’è el barbos? E se che en de cera la par giöna che se n’entent de anatomia! ndo sere riat? Ah se, el barbos. Capitaa poerì quac volte che l’era strac de la zornada, ch’el se endormantaes, sintat zo,postat a la scagna, col co söl viulì!
E alura tocava al Sigismondo Pomarì, deto Mondino, a daga ‘na goiada col pè, ‘na pesada a la scagna, per fal desedà. El Mondino el sunava la Vaca, , siura, lé la me par acà ‘nteligente!, l’è mia ch’el ciapa el bovino e el ghe da zo le bastunade. Il contrabbasso! I la ciama la vaca perché quando i la suna co l’archet, quelli mica tanto bravi neh, vé föra un muggito.( se l’attore ne è capace può imitare il verso e il gesto dell’archetto)
El Mondino ghera mia pericol, perché lü el la suna coi dicc: tum tum tum…ah l’è brao, neh… ma el gà acà lü i sò problemi.
El gà la isiga cürta, come el dis lü.
Ghe toca cambiaga l’acqua al merlo, sö per zo, ogni mezura. E i è dolori quant el Gipù el se lancia a fà quater, sic cansù de fila e en piö i a ricama cole batüde e le barzelete… i è dolori, perché el poer Mondino el resiste el resiste, ma mia semper el ghe la fa. E alura, s’el vidì pasà fora abraciato al suo contrabasso, l’è mia perché l’è gilus del sò strument… emplicemente el s’è pisat ados! E quant  e l s’enrabia el siga ac! El tartaia, balbetta! (rivolto al pubblico) OH, ma oter el cunusì proprio mia el dialet!
N’do soi riat… ah se… E alura el ghe dis al Gipù, so amico d’infansia: “Te te t’el di dise s s s semper de de de mia tirala lo lo lon… ga!”
Giovanni Battista Scalcagnati, deto Titì, cugnat del Gipù, lè el baterista. El pica na casa, en tamburel e ‘n piat. Dizom che l’è lé perché apunto l’è el cugnat. La so sorela la gà pregat el Gipù: “Faga sunà ergot, tiremel vià de cà quac sere, senò ghe lo semper ados!”
Da fradel piö ècc,  l’è mia stat bù de diga de no ala so surilina.
Dizon la veretà: el Titì, quant al tep, l’è piö esperto de nigoi tompeste e cel seré, piötost che de tango e mazurca, ma l’è dré che l’empara, bisogna iga pasiensa. El problema l’è che lü el se nescors mai quant ‘na cansù l’è finida… el va avanti e tinc e tanc e pum e pera… finamai ch’el so cugnat el se gira e el la arda con dù occ de fiame. Alura el capiss, mia sübit, neh, e ‘l ghe dà el colpo finale. Un orchestra da ballo che tè alegra la piasa!

TORNO SUBITO
“Torno subito!” I la ciama cosé el barber, ch’el là, ‘n del cantù dela piasa. Ma el so scötöm l’è “Sciapì”.
El derf la botega ‘nvers le nöf, perché ‘l dis che i cavei se pöl mia taiai quant i è amó endomecc, agitacc per i sogni bei o bröcc, che te gabet ait l’incubo dele bolete che te curia dré o l’estasi dela Bellucci che te faa el fil, en töcc i casi, el dis lü, bisogna che i cavei i se distende prima de mitii a contato co le forbes.
Quant ch’el gà tirat sö la seranda, n’pisat la luce, sprusat el deodorante, mitit el cartel “Torno subito” el vé a beèr el cafè. El vé ché, el se varda ‘n giro, el saluda töcc, el serca el giornal, el taulì giöst e po’ el se senta zó. Apena el vèt vergü ch’el conos i a ‘nvida al so taulì e el dis: “Me bee en cafè, te che beèt?” I ciaciara del piö e del meno, i bef e a ‘n certo punto el varda l’oroloi, el lia sö agitat “Porca galina, gó la botega de derver!” E cosé ‘l lasa de pagà. La só masima l’è: “ Se sügherà el Ces e el Cizì, ma mai el portafoi de le Sciapì!”
El cartel el resta tacat de spes, perché lü l’è ‘mpegnat a ciciarà sota i portec, a cöntaghela sö a le fomne che pasa, a rumpiga le bale al vigile interista, a scambià col pustì le novità de còregn o de fughe, de falimencc e de disgrasie. Ogni quando, dizom mia ogni mort de vescof, ma quasi, ria ‘n client, ch’el gà da nà a sercal drè a le boteghe del piasa o al cafinì. L’oter dé el ma dit: “Ada, se fös mia perché gó pasiù per ch’el mester ché, a veder èl caset, gares zà ‘npiantat lé!”




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domenica 22 luglio 2018

IL DIALETTO

Ho scritto due brani, che vorrebbero essere divertenti, in dialetto bresciano, per il mio amico John Comini, scrittore di Teatro. Forse saranno fonte di ispirazione per una pièce teatrale.

EL BALERI'
A dì ch’el frequenta la balera Battitacchi, se dis negot. L’è la so seconda casa, el so spasio ludico, i disares i prufisur.  Lé deter el conoss töcc, dala Gelsomina, la cassiera col nasì alla francese, ch’el ghe costat ‘na cifra, al Gino camerer, che quant i la ciama Ginetta el rispont, “Siocchi, non sapete di cosa parlate”, ai gnari de ‘na olta che suna nele orchestre, semper chele do o tre, che se dà el cambio. La balera l’è el so territorio de caccia. El và là töt lecat, caei alla Rodolfo Valentino, doppio petto, camisa bianca col papillon e scarpe bianche e negre.
El ma dit: “Me varde en giro,se ghè quach novità, mé ghò l’öcc en cheste robe, l’esperienza l’è fondamentale. Apena vede ‘na farfalina giösta, comince un gioco de sguardi. L’è la part piö dificil, dale pupille dei öcc te capeset se la völ mettersi in gioco o no. Se la sbasa i öcc, come una madunina enfilsada, l’è fada. Me lie sö, con passo morbido e sinuoso, nò vers de lé, fo un inchino e fò el baciamano. Ogni detaglio l’è importante, se te sbagliet ‘na mosa l’è finida. Ocio al baciamano! perché me postae i aver sö la manina dela farfalina co ‘na certa pasiù, ma el me socio de Isé, ch’el frequenta la zet de un certo livel el ma dit: “Porsel! Te ghe mia de ciciulaga la mà! La mano della signora si deve solo sfiorare!
Serem dre a dì? Ah se, el baciamano… dopo me mete en puzisiù. Petto in fuori, ma rilassato, tanto go la pancera che te deter töt, mano destra che aida la fortunata a lià sö, Mano sinistra in attesa della sua destra da avvolgere con delicatessa. Il pollice dev’essere teso in modo deciso, ritto a significare…se sòm capicc. Se lei lo impugna subito ci voliamo bene e, beh… alura podom za pasà al secondo tempo… Se la posta la mà deverta ghe de lauraga sö amò ‘n po.    
Se ‘ncomincia con ‘n den valser romantico. Bisogna stà mia tropp visì, mia tropp lontà, movimenti flessuosi. Dopo el valser se taca cola polka, per significare l’atleticità del gesto coreografico che promette grandi cose. Quando me par che la cotüra l’è a buon punto, nò dal mé amico batterista e ghe dise: Taca sö ‘n tango, che la facenda si fa bolente. La mia destra accostata di taglio in alto sulla sua schiena (i m’à ‘nsegnat a la scöla de ballo lisio) a significare la massima signorilità sensa fini lubrici.. Se lo sguardo della dama è benevolo, la mano comincia a stancarsi e a scivolare sulla curva lombare. Se gli sguardi iè amò piö dulss, magare col rosore della guancia, la mano ancor più stanca cadrà sul gluteo.  L’è ‘l moment decisivo: se la me ‘mpianta lé, en mes ala sala o la me dà ‘na sberla, l’è stat töt on laurà ‘ndaren. Se, ‘nvece la gà mia reasiù, ghé domande: “Hai caldo? Usciamo a prendere un po’ de aria fresca?”.
Föra ghò semper el mé Galeto Gusi pronto a scatà e… la notte è giovane!

Scűsa, ma la tò fomna vegnela mia a balà?

Certo, lömaga!,Töcc i sabocc, ma dal prim al trentű de Löi  la và al mar. 

DIGHEL MIA A NISÜ!
S’ere ché, föra del tabachì, che spetae un moment per veder se riaàa ergù dei amici per fa un trisac. Vede el Bepe Reloi che vé ‘nsà dal parchegio. L’è agitat, me ‘l conose bé, quante l segheta a sbater endrè el ciüfo, völ dì ch’el gà dele urgense.
El me se met en banda e el mé diss a basa us:
“Dighel mia a nisü, so dré a nà a troà ‘n giöna spusada, sto piö ‘n de pel.
“Come ghet fat a cumbinala?”
“La ma dit: Perché vegnet mia a troam ‘na sera che beom el cafè?”
“Te, anima buna, te ghet capit sübit che chicchera la vulia dat…Ch’ela chi?”
“Pode mia ditel… perché… te la conoset”
“La conose?”
“Se se, te la conoset bé, fin trop bé!”
“Ch’ela chi ‘nsoma…”
“Sono una persona discreta, si dice il pecato e non il pecatore!
“Ma ghè mia el so òm a cà?
“Sé, ma el fa la seconda…Che ure ele adès? Le 8 e un quart. L’è gnamò ura. La ma dit alle nof, mia prima…  sto piö ‘n de pel …
“Te le za dit!”
“La me farà mörer... me l’magine…la ma ardat con du öcc.. . E co le curve che la ghà, alter che circuito de Monza! Gnaooo! Dighel mia a nisü, me racomande. I’è ‘na roba pötost delicada. Lü l’è acà n’amico….Che dopo… le us le gira e se el vé a saìl el me copa. Mè e la Teresina ensema. Mai morte sarebbe più dolce!.
“Adess go capit n’do te net!
“Osti acà me e la me lengua! Va bé te ghe capit, ma dighel mia a nisü!
“Doma perché l’è stada la me murusa ecia, sarò una tomba!
“Che ure ele ades? Amò 5 minucc e parte. Cacia grosa, stasera . Me racomande, el dise a te perché te set el me amico piö fidat, ghel dise mia ai alter, iè brai scecc ma iè anche ciciarele. Beh, ciao, se vedom…”
El gà traersat la piasa e l’è sparit dedrè al cantù. Go emmaginat ch’el gares ciapat el vicol e ala purtilina verda gares sunat o forse l’era za deerta…
Dopo mez’ura, so lè amò a parlaà col Vitorio della Bizeta, vede rià el Bepe. El me ciama ‘n banda.
 “Che ghè süces?”
“Töt a post! Fuochi d’arti.. fi… cio! Tripudio di voluttà!”
“Ma set zà ché? Vaca galina, che velocità, le, almeno s’ela nescurzida?”
“Eh, sé, ghò fat apò la docia…ensema a lè, néh?!”
“Ma gheret bisogn de fa la docia?”
“Pòta,ghò de nà a muruse. Tel set mia, ma la mé murusa la gà en nas mei de cagnì de trifola. Se la sent quac profumo o altro, apriti o Cielo! Ciao, stam bé!”
La matina dopo, so lè ‘n piasa a comprà le sigarette prima de nà a laurà, ve lè visì el Tone:
“Te, ghet viste l Bepe gèr sera?”
“Sé, l’è pasat de chè prima de nà a muruse.”
“Scomete ch’el ta dit – ma dighel mia a nisü!”
Se metom a rider, e ridom apò co l’Angel, le Stefen e ‘l Piero che i gà ‘ncontrat apò a lur el Bepe.
Ensoma l’è nat a faga festa ala Teresina, entat che ch’el so om el faa la seconda, ma el saiem apena noter, forse. Ma me racomande,(rivolto agli spettatori) disighèl mia a nisü !