martedì 12 aprile 2022
ANCORA IL DIALETTO
Alfa senza filtro”: vizi e virtù di un paese di provincia al centro dell’ultimo libro di Maurizio Abastanotti
DI CHIARA MASSINI · PUBBLICATO · AGGIORNATO

Recensione di Chiara Massini per Brescia si legge
È una notte di fine agosto, all’apparenza come tante, del 1946. La guerra è ancora un ricordo fresco nelle menti degli abitanti di Vardacco; solo un paio di mesi prima uomini e donne, insieme per la prima volta, si sono trovati a dover scegliere al referendum tra monarchia e repubblica, negli occhi ancora gli orrori dei bombardamenti e nel cuore il dolore per quei figli mai tornati dal fronte. È una notte apparentemente tranquilla quella che si appresta a vivere Mimì, la gentile tabaccaia del paese, quando un rumore proveniente dal suo negozio la spinge a voler dare un’occhiata.
“Alfa senza filtro” (LiberEdizioni 2021) del gavardese Maurizio Abastanotti, insegnante e autore di diversi libri di storia locale, è un libro che racconta la realtà post bellica di un piccolo paese di provincia, con la sua gente, i suoi luoghi famigliari, le sue tradizioni, il tutto coperto da un velo di malinconia, che riporta alla mente gli scritti di Cesare Pavese. Sullo sfondo i recenti conflitti bellici mondiali, in primo piano una narrazione avvincente delicatamente tinta di giallo.
Al centro i vizi e le virtù di una comunità
Attraversò la piazza verso la Chiesa. Ormai il campanile segnava il quarto alle sei, bisognava correre, perché Don Luigi non amava i preparativi frettolosi. Dopo pochi passi si bloccò: la porta della tabaccheria della Mimì era spalancata e il suo sguardo fu attirato da un pacchetto di sigarette per terra, sulla soglia. Si avvicinò lentamente e allungò il collo per scrutare nella semioscurità del negozio. Non sentiva la voce della padrona e nemmeno un rumore. La curiosità lo spinse a entrare.
“Alfa senza filtro”, Maurizio Abastanotti
Siamo nel 1946: la guerra è da poco terminata e gli abitanti di questo tranquillo paese adagiato nella valle stanno cercando di tornare alla normalità, quando un fatto dalle tinte noir scuote la tranquilla comunità di Vardacco. Chi ha ucciso la tabaccaia ad un passo dalle nozze, chi è entrato nel suo negozio per rubare, ponendo tragicamente fine alla vita di una donna così ben voluta da tutti? Mentre i carabinieri indagano, ogni abitante fa le sue supposizioni.
Quello che però l’autore ci vuole raccontare è la realtà di questo borgo, con il suo fiume, la Grande Fabbrica, il ponte, l’osteria, la chiesa, il mercato. Un luogo inventato, ma non più di tanto perché sicuramente risulterà molto famigliare ai lettori conterranei di Abastanotti. Chi ha avuto occasione di visitare il paese di Gavardo, lo ritroverà infatti tra le pagine di questo libro: gli sembrerà di stare passeggiando sul suo ponte, ammirando sotto di sé il lento scorrere del fiume Chiese, sporgendosi sul Naviglio, o scorgendo in lontananza una delle sue mille fontane.
Ed è la gente il vero protagonista di “Alfa senza filtro”, i loro vizi e le loro virtù, i loro riti quotidiani, i segreti passati di bocca in bocca, i nomignoli. Ogni breve capitolo è dedicato ad uno di questi personaggi: Santino Raspoli detto il Virgola, Enrico Rastelli il Maela, Giuseppina Mombelli la Mimì, e via dicendo. Quei nomignoli che àncorano queste persone alla loro realtà, le legano saldamente a questa comunità provinciale. Tante storie avvincenti e intricate si intrecciano intorno al borgo di Vardacco e al giallo della tabaccaia, tanti sono i personaggi che compaiono capitolo dopo capitolo su un loro personale palcoscenico.
Il conflitto bellico sullo sfondo
Sullo sfondo il conflitto bellico, la crudezza, la paura vissuta da queste persone per giorni interi. Non dimentichiamo che a Gavardo il 29 gennaio del 1945 una serie di bombe, sganciate dagli alleati per impedire la fuga dei tedeschi dal ponte sul fiume Chiese, caddero sulle case causando 52 morti. Nella finzione del romanzo anche la tabaccheria della Mimì subì dei danni ma riuscì miracolosamente a rimanere in piedi. E la crudeltà di altri uomini mise fine alla vita della sua proprietaria solo un anno dopo. Da queste 150 pagine emerge però anche il coraggio, il desiderio di ribellione e di rivalsa degli abitanti, loro che hanno il privilegio di costruire un futuro diverso per i loro figli.
Il linguaggio utilizzato è scorrevole e semplice ma a tratti si colora di metafore e termini ormai quasi scomparsi dal nostro vocabolario, dal sapore antico, che sanno ricreare l’atmosfera dei racconti delle nonne. I passaggi più rilevanti del romanzo sono abilmente ricreati dalla matita dell’illustratrice e docente della “Scuola Internazionale di Comics” di Brescia Chiara Abastanotti, schizzi in bianco e nero che evocano mondi lontani.

Titolo: Alfa senza filtro
Autore: Maurizio Abastanotti
Editore: LiberEdizioni, 2021
Genere: Romanzo
Pagine: 156
Isbn: 9788885524873
Martedì 21 settembre alle 20:30, presso il salone Pio XI, sarà presentato il nuovo libro di Maurizio Abastanotti, edito da Liberedizioni. Prenotazione obbligatoria per partecipare in presenza, ma possibilità di assistere in diretta anche sulle pagine Facebook Area 63 Gavardo e Davide Comaglio Sindaco.

Oltre la porta spalancata della tabaccaia Mimì, si scorge in un angolo qualcosa che non dovrebbe esserci e che sembra perfino una mano: che ci sia qualcuno a terra? che sia successa una disgrazia? magari un delitto? La copertina di “Alfa senza filtro”, l’ultima fatica del gavardese Abastanotti, sembra evocare misteri inquietanti e suggerisce tinte gialle in una storia che in realtà diventa tante storie, avvincenti e intricate, spesso appannate da un velo di malinconia. Il tutto nel contesto bellico che talvolta scuote il paese di Vardacco, mentre altre volte resta sullo sfondo, facendo giungere solo un’eco affievolita della “grande” storia.
«Vardacco è la sua gente – scrive Marco Piccoli nella prefazione - impastata di vizi e virtù, immersa nel vivere di relazioni che sono il dolce e l’amaro, la luce e l’ombra, colorano riti quotidiani, popolano i giorni al sole così come abitano intimi segreti che vagano inevitabilmente di bocca in bocca». A questa gente, 'casualmente' tanto simile ai compaesani dell'autore, non verranno risparmiati dolori e crudeltà, ma sarà proprio quella stessa generazione ad assaporare il coraggio della ribellione e il privilegio di poter costruire un futuro diverso.
Nel corso della serata Abastanotti dialogherà con Marcello Zane, editore del volume, mentre le letture saranno affidate ad Andrea Giustacchini. Mauro Faccioli curerà le musiche. Chiara Abastanotti, con i suoi disegni dal vivo, potrà sottolineare con originalità i passaggi salienti della presentazione.
La prenotazione è obbligatoria contattando l’Ufficio Cultura presso la biblioteca, al numero 0365.377462, o scrivendo a cultura@comune.gavardo.bs.it.
Giovanna Gamba
lunedì 2 agosto 2021
PREFAZIONE
Una penna che insegue storie nella storia e, alla fine, un filo di malinconia per chi è passato, tra le pagine di un libro o, per davvero, tra le vie di un borgo alla ricerca di un perché.
“Alfa senza filtro” è un libro di radici. Sullo sfondo dei trascorsi eventi bellici mondiali, scorre un’avvincente narrazione delicatamente tinta di giallo che richiama, a larghi tratti, gli scritti di Pavese ne “La luna e i falò” perché “un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.
E’ il paese di “Vardacco”, con il suo fiume, la sua Grande Fabbrica, il ponte, la chiesa, la pesa pubblica vicino al Mercato Boario… insomma, un luogo fantastico ma allo stesso tempo non molto lontano “da qui” che apparirà molto famigliare soprattutto ai lettori conterranei dell’Autore.
Vardacco è la sua gente, impastata di vizi e virtù, immersa nel vivere di relazioni che sono il dolce e l’amaro, la luce e l’ombra, colorano riti quotidiani, popolano i giorni al sole così come abitano intimi segreti che vagano inevitabilmente di bocca in bocca.
Santino Raspoli è il Virgola, Enrico Rastelli il Màela, Giuseppina Mombelli la Mimì, Toni Barba de ram e poi c’è il Pècia, il Paciuga, il Bigì Sofiet, il Ciapem, il Masnabutù, il Gilberto Stropel, il Tresca, il Lomaga, il Menec Tampéla…
I nomignoli segnano l’appartenenza stretta alla comunità, quasi ad indicare che, dopo quello con l’acqua benedetta, il battesimo della gente fissa l’impronta del destino e definisce, inesorabile, il profilo fisiognomico di un’intera esistenza.
Maurizio Abastanotti è bene attento a non rimanere confinato nell’invenzione. Attorno al fatto delittuoso che scuote Vardacco in una notte di fine agosto del 1946, avverte, anche in questo suo lavoro, l’esigenza di riavvolgere il nastro di vicende epocali. E così i suoi personaggi – che sanno abilmente elevare stalle al rango di palcoscenico - hanno vissuto il teatro crudo e vero delle guerre, hanno sperimentato la paura e il coraggio della ribellione, dei giorni passati a fuggire in montagna, hanno assaporato il diritto-dovere di scegliere le sorti di un Paese in una cabina elettorale…
“Alfa senza filtro” è una preziosa fessura da cui spiare un mondo senza selfie senza like.
E’ un’occasione per fermarsi sul ponte, appoggiarsi alla ringhiera di ghisa e, guardando il fiume, sognare di affacciarsi per una volta ancora, alla porta della tabaccheria della Mimì.
domenica 10 gennaio 2021
ANTEPRIMA DEL MIO NUOVO LAVORO
Pubblico qui un estratto del nuovo romanzo.
Non so come definirlo.
Giallo mi sembra eccessivo, anche se contiene la narrazione di un delitto.
Storico potrebbe essere perché collocato in un tempo abbastanza lontano, il secondo dopoguerra e racconta, sotto mentite spoglie, fatti accaduti realmente.
Beatrice lo definisce antropogiallo storico. Forse ha ragione lei, ma non ha molta importanza , la definizione. Mi sono divertito a scriverlo e il gruppo dei lettori che mi permetto di usare per controllo hanno gradito, alcuni con entusiasmo.
L'alba matura e il suo
cielo livido
Mancava mezz’ora alle sei del
mattino di mercoledì 28 agosto 1946.
Ceschino amava quel momento
dell’alba matura, prima che la luce inondasse il cielo dietro le colline, quel
cielo bianco a est e livido ad occidente era emozionante, come una sorpresa.
Viveva le sue giornate come avventure sempre nuove, curioso di ogni cosa,
felice di ogni nuova scoperta e per questo in famiglia lo ritenevano un po’
svampito, con la testa fra le nuvole. Invece era molto attento ai particolari,
alle sfumature, ai dettagli, sia delle persone sia degli ambienti.
Il parroco lo attendeva per
servire la Messa. Quel ruolo di chierichetto lo faceva sentire importante,
anche perché Don Luigi lo trattava con rispetto, gli parlava dei libri che
leggeva, gli raccontava fatti storici, molto spesso del Risorgimento, di
Garibaldi che Ceschino considerava un grande Eroe, anche se Don Luigi non ne
parlava sempre bene.
Talvolta ricordava la sua
prima volta alla Messa. Il suo amico Eugenio si era ammalato e lui, che aveva
ormai promesso la sua presenza, si era ritrovato in veste nera e cotta con il
campanellino in mano. Don Luigi, prima di iniziare a celebrare si era volto
verso di lui con uno sguardo interrogativo che non aveva saputo interpretare,
poi il sacerdote gli aveva fatto il gesto come di agitare il campanello e lui
lo fece. Bello quel suono argentino che risuonava dentro le alte volte del
tempio!
Le preghiere e le invocazioni
in quella misteriosa lingua, il latino, misero Ceschino in agitazione: quando
avrebbe dovuto suonare ancora il campanello? Quando versare il vino e l’acqua
al celebrante? Anche se i fedeli erano pochi, una decina di donne e la metà di
uomini, non voleva far brutta figura con il prete e magari essere estromesso
dal novero dei chierichetti. Una tensione altissima e il massimo della
concentrazione gli consentirono di intuire le sequenze attraverso i gesti del
prete e suoi sguardi tra il perplesso e lo spazientito, specialmente quando
agitava il campanello fuori tempo.
Dopo lo Ite Missa est
Don Luigi lo aveva chiamato al bancone della sacrestia.
- È la prima volta, vero, che
servi la Messa? Il tuo amico non ti ha spiegato nulla?
Ceschino, lo sguardo fisso
alle scarpe del sacerdote, era arrossito e due lacrimoni gli erano scesi sulle
guance.
- Non preoccuparti, imparerai
presto e sarai più bravo degli altri! Ora vai a suonare la campana per
annunciare la Messa seguente.
Il bambino era corso via
sotto il campanile e secondo le istruzioni di Eugenio, in questo caso precise,
con un salto si appese alla corda centrale e tirò verso il basso. Non lasciò la
corda e si sentì sollevare da terra: le vibrazioni della campana e la piacevole
altalena gli fecero presto dimenticare la brutta figura.
Per arrivare alla chiesa
doveva attraversare la metà occidentale del paese, da mezzogiorno a
settentrione. Il primo tratto, in parte sterrato e in parte a ciottoli di fiume,
passava davanti alla vecchia fornace, si snodava tra due ville padronali, un
allevamento di polli e una cantina il cui proprietario era detto Paciüga
(pasticcia) per una sua presunta abitudine di allungare il vino con l’acqua del
pozzo e in seguito aggiustarlo con le polverine. A quell’ora dalle finestre si
vedevano alcune luci accese. Nell’allevamento i polli starnazzavano e le
galline chiocciavano facendo un gran baccano, segno che il signor Pezzini e sua
moglie stavano già distribuendo il becchime a quelle centinaia di pennuti.
Svoltato l’angolo della
cantina, si immetteva sulla strada statale che collegava la città con il lago e
la valle.
Su quella via i primi rumori
che sentì provenivano dall'Osteria "Alla Pesa", proprio di fronte
alla Pesa Pubblica. Era la mescita più vicina al Mercato Boario, dove ogni
mercoledì avvenivano le contrattazioni di compravendita di equini e bovini,
maiali, pecore e capre e ogni sorta di animali. Era il giorno del mercato e il
locale era già affollato di contadini, allevatori e sensali. In mezzo a un
gruppo di questi c'era Biagio Gaffurini, detto Pacatèsa, per il suo
parlare lento, con il tipico cappello tondo sulla sommità, il vestito di
fustagno e la catena d'oro dell'orologio da taschino che pendeva dal panciotto.
Ceschino lo conosceva bene perché suo padre si serviva di lui per acquistare i
maiali. Si lasciò dietro l'odore del vino e dei grappini e continuò per la sua
strada.
Il laboratorio del ciabattino
era ancora chiuso, ma il fornaio Bertelli, invece, era sulla porta del negozio
a fumare una sigaretta prima di andare a dormire.
- Ceschino, dove vai di
bello?
- Vado a servire la Messa
prima.
- Aspetta qui, un momento...
Entrò nel negozio e ne uscì
con un panino ancora caldo di forno.
- Tieni. Non ho tempo di
andare a Messa, me la dici tu un'orazione alla Madonna, me lo prometti?
- Grazie signor Tullio, lo
farò di sicuro, volentieri.
- Bravo, salutami il tuo papà
e la tua mamma.
Il bambino si mise il panino
in tasca. L'avrebbe mangiato dopo il rito: non poteva certo andare a fare la
comunione con lo stomaco pieno!
Il tratto di muro vicino alla
panetteria, era coperto dai resti dei manifesti del referendum e delle elezioni
della Costituente ormai ingialliti e sbiaditi dal sole e dalla pioggia. Si
riusciva ancora a vedere il ritratto della famiglia reale, il sovrano stempiato
con la moglie e i quattro figli tutti sorridenti, con la scritta:"Votate
per la monarchia", la figura inquietante di un soldato, o meglio del suo
scheletro, con la stella rossa sul berretto con lo slogan "Vota o sarà il
tuo padrone". C'era anche il volto del suo Garibaldi: "Se voti per
me, voti per te".
Naturalmente Ceschino non ci
capiva nulla. Aveva sentito le discussioni in campagna elettorale tra suo padre
e gli zii; sua madre e le zie avevano votato per la prima volta e si erano
portate dietro anche la nonna. Quello
che più lo inquietava, chissà perché, era tuttavia il manifesto del Partito
Repubblicano con le figure di due bambini con una corda intorno al collo. Sotto
c'era scritto "Liberateci dal nodo Sabaudo!"
Si portò la mano alla gola,
inconsciamente, immedesimandosi in quei bambini legati.
Un forte rumore di
trascinamento sulla terra battuta lo costrinse a voltarsi: vide l’imponente
figura del Rochi che arrivava dalla strada del monte. Ora si era fermato
a riprendere fiato prima di entrare in paese. Si asciugò il sudore sul viso con
lo straccio che teneva per riparare le spalle e la testa; con una mano teneva
ritto il bastone a forcella che reggeva il börölot, il grosso fascio di
legna che poteva pesare anche più di un quintale.
- Stai pensando per chi
votare? Guarda Ceschino che le hanno già fatte le elezioni!
-Lo so, lo so… rispose il
bambino arrossendo
Rocco Bonassi, due anni di
prigionia e tre di guerra, a un anno dal suo ritorno non aveva ancora trovato
un lavoro stabile, adattandosi a fare il manovale o il contadino a giornata.
Integrava le sue scarse entrate raccogliendo legna, funghi, lumache e tutto ciò
che si poteva commerciare. Pescava di frodo, stordendo i pesci dando mazzate
sulle pietre del fiume oppure mettendo i cordini: la sera, appena buio, posava
sul fondo del fiume, da una sponda all’altra, un cordino di cotone al quale
erano assicurati, ogni metro, fili di bava con amo e esca. Ritornava a
recuperarlo prima dell’alba, immergendosi di nuovo fino al petto nell’acqua
fredda. Vendeva le anguille e le trote, destinando cavedani e barbi alla mensa
famigliare.
Ceschino lo conosceva bene
perché suo padre lo ingaggiava quando c’erano lavori pesanti nei campi. Lo
salutò e riprese il suo cammino verso la chiesa.
La scoperta
Quando arrivò in piazza non
c'era ancora nessuna bancarella: gli ambulanti sarebbero arrivati più tardi con
le loro carrette e li avrebbe trovati all'uscita dalla chiesa.
Sulla porta dell'altro
panettiere c'era il carro del Bigio Cometti, detto Masnabutù, macinabottoni,
il mugnaio, che stava scaricando alcuni sacchi e li portava dentro il forno. Al
carro era legato un cavallino storno che piaceva molto a Ceschino. Si fermò
infatti a carezzarlo sul muso e l'animale emise un breve nitrito di saluto
facendo vibrare le froge umide. Gli porse un pezzo del suo panino che sparì
nella grande bocca.
Nel vicolo adiacente la
forneria c'era la bottega del maniscalco, ancora chiusa. Sarebbe passato di lì
dopo la Messa per salutare il signor Musini, per osservarlo mentre forgiava i
ferri per cavalli, buoi, mucche, asini e muli. Per guardarlo mentre con le sue
possenti braccia sollevava le zampe degli animali per limare gli zoccoli e per
ferrarli. Un giorno gli aveva chiesto se quei chiodi che infiggeva non
procurassero dolore. Il maniscalco l'aveva rassicurato: lui sapeva dove
piantarli senza fare del male.
Attraversò la piazza verso la
Chiesa. Ormai il campanile segnava il quarto alle sei, bisognava correre,
perché Don Luigi non amava i preparativi frettolosi.
Dopo pochi passi si bloccò:
la porta della tabaccheria della Mimì era spalancata e il suo sguardo fu
attirato da un pacchetto di sigarette per terra, sulla soglia. Si avvicinò
lentamente e allungò il collo per scrutare nella semioscurità del negozio. Non
sentiva la voce della padrona e nemmeno un rumore. La curiosità lo spinse a
entrare: davanti al banco tra pacchetti di sigarette, caramelle sparse e fogli
di vario genere giaceva il corpo della tabaccaia, la testa in una pozza di
sangue. Un grido stridulo di terrore gli uscì dalla bocca, scappò via dal
negozio in direzione della chiesa, urlando:
- Aiuto, aiuto!
Le rare persone che stavano
passando sul ponte, non riuscendo a comprendere cosa stava accadendo, si
diressero in senso contrario alla sua corsa.
Arrivato ansimante e
trafelato in sacrestia, Ceschino, cereo in viso e scosso da singhiozzi non fu
subito in grado di raccontare al parroco quel che aveva visto. Ci vollero un
paio di minuti, poi Don Luigi disse:
- Vado subito a vedere cosa è
successo. Tu, intanto vai in caserma e avverti il maresciallo.
Quando il maresciallo Giacanò
e il suo appuntato arrivarono con le loro biciclette sul luogo della scoperta
c'era già una piccola folla che si spintonava per poter vedere dentro il
negozio.
Venne loro incontro il
parroco.
- Povera Mimì! Le ho dato
l'estrema unzione...
Il maresciallo intimò a tutti
di allontanarsi qualche metro dall'ingresso, Paccanella spintonò i più restii
apostrofandoli con il suo vocione, poi i due carabinieri entrarono per
osservare la scena e fare i primi rilievi, ma il loro primo compito, difficile
e penoso, fu quello di staccare il Virgola dal corpo esanime della tabaccaia.




