domenica 26 agosto 2012

Dov'è Nikolajewka letto da Pino Greco


Dov’è Nikolajewka ?
Non c’è due….La profezia era fin troppo facile conoscendo la caratura umana e il background professionale dell’autore. Maurizio Abastanotti è un maestro fatto e finito. Da un lato il gusto per la ricerca bibliografica e le osservazioni sul campo, dall’altro una perseverante vocazione pedagogica. E così, dopo le suggestioni risorgimentali ( Il garibaldino nella foto) e le parole senza voce della Grande Guerra ( A chi dimanda di me), l’autore racconta gli scenari sconsolati della ritirata di Russia.
Geniale il titolo: “Dov’è Nikolajewka ?”. Già perché i ragazzi fanno domande essenziali e spiazzanti. Dov’è quel luogo-non luogo divenuto un must della retorica patriottica, condita di orgoglio valligiano e alimentata dalle stratificazioni della narrativa e delle celebrazioni ? E subito si scopre che questo nome familiare ed evocativo come katiuscia, matrioska e balalaika, scolpito nel granito dell’immaginario bresciano, risulta cancellato dalla toponomastica. Vive solo nella memoria di quei sopravvissuti che, settanta anni fa, nei luoghi della battaglia c’erano.
Ecco, il libro vive sul dialogo incalzante fra una nipote ostinatamente curiosa e un nonno dal cuore pieno di memoria. L’impianto è elementare ma si dipana con sapienza drammaturgica. I giovani, si sa, privilegiano l’epilogo terribilmente e dolorosamente avvincente. I nonni hanno la saggezza di allargare lo scenario agli antefatti, alle implicazioni politiche ed economiche, alle motivazioni dei popoli e dei singoli combattenti.
Ne nasce un continuo e febbrile rinvio, passando per le fasi di quella sciagurata spedizione e la maturazione della consapevolezza, desolatamente lucida, che il cinismo del governo fascista si stava prendendo gioco degli incauti entusiasmi di un’intera generazione di giovani.
Al momento clou che, come da copione arriva puntualmente alla fine, un colpo di scena. La voce narrante si blocca. Incapace di sostenere il tumulto dei sentimenti. Il racconto di quella battaglia che consentì, a costo di autentici atti di eroismo, di rompere l’accerchiamento e aprirsi la strada per il ritorno, è affidata alla pagina scritta.
Appunti li chiama il nonno, ma il lettore non se ne avvede. Il distacco e la concisione non sfumano la crudezza dello scontro fra un esercito che legittimamente difendeva la propria patria e i resti delusi di un’armata che, abbandonati i sogni di conquista, desiderava solo tornare a casa. E’ il momento in cui, dalla massa informe di sbandati in preda alle allucinazioni da assideramento, si delineano i volti e le storie di amici che non ce l’hanno fatta e che resteranno incisi, con il peso di un inconfessato rimorso, nella memoria del sopravvissuto.
Una bella e commossa pagina di storia, dunque, ad uso didattico. Ma il target non è necessariamente quello di età scolare se perfino uno smagato ex uomo di scuola, con anni di studi e di insegnamento delle discipline storiche, qui e là ha avuto un soprassalto di stupore per un particolare ignoto o per qualche retroscena estrapolato dagli archivi delle cancellerie dell’est e dell’ovest.
Un libro appassionante, ma rigoroso. Conciso, ma esauriente. Piacevole, ma profondo. Un libro che fornisce, poi, all’autore il pretesto per uno sdoppiamento fruttuoso. Fra le reminiscenze e i vezzi di un’adolescenza desiderosa di apprendere e la proiezione della sua maturità verso una vecchiaia pacatamente assorbita dalle perenni aspirazioni all’ammaestramento.
Lo si intuisce dagli spazi che, nell’avvicendarsi degli eventi bellici, si ricavano certi informali dissertazioni sulla identità contadina e operaia del territorio di riferimento.
In questo modo il nonno, mentre impartisce lezioni di storia, si preoccupa di salvare la memoria e il sapere pratico di una generazione cresciuta nelle campagne. Così capita che a una circostanziata denuncia dei materiali scadenti di quell’improvvida armata, faccia seguito la minuziosa descrizione della gravidanza di una coniglia del proprio cortile. Con la stessa premura didascalica.
Tuttavia, conoscendo le convinzioni e gli intenti di Maurizio Abastanotti, si può affermare che certi esempi delle pratiche del passato non preludono a un ritorno a quei tempi, tutt’altro che idillici. Tantomeno intendono rinnegare i progressi attuali.
Quei saperi, infatti, potrebbero semplicemente essere il punto di partenza per affrontare il futuro, con il dovuto rispetto per la terra e la capacità di farla fruttare senza le smanie del profitto a tutti i costi.
Chiude il libro un siparietto commosso fra nonno e nipote.
  • Nonno, non morire, ti prego !
  • Farò del mio meglio…
Fatti i debiti scongiuri , l’auspicio è che il nonno-maurizio traduca quel meglio in altri splendidi racconti sulle storie e le vite della nostra gente.

P I N O G R E C O

lunedì 20 agosto 2012

Ho riascoltato le canzoni che abbiamo inciso con alcuni amici : Federico, Fulvio e Mirko

Dov'è Nikolajewka?



E' la prima domanda che Ottavia rivolge a suo nonno, poi altre domande seguono per scoprire cosa è successo in Russia tra il '41 e il '43 ai nostri soldati, ragazzi e padri di famiglia mandati allo sbaraglio in una terra lontana e sconosciuta. Furono necessari 210 treni per portarli in Russia, ne bastarono 17 per riportare i superstiti. Nel libro il racconto del conflitto si snoda nella cornice quotidiana di una vacanza in campagna, di un nonno e una nipote che si confrontano su un tema, una tragedia che ha segnato la nostra identità storica. All'interno c'è un fumetto sceneggiato da Nicola Patti e disegnato da Chiara Abastanotti, che racconta una vicenda singolare e curiosa della cammella "Tota" e dell'apino Bignotti Giovanbattista che l'aveva adottata.
Nella terza parte del volume sono pubblicati per la prima volta gli elenchi ufficiali dei morti e dispersi della Provincia di Brescia

giovedì 22 dicembre 2011

LA SCUOLA CHE VORREI


LA SCUOLA CHE VORREI


la scuola che vorrei
non ha classi,
solo gruppi di bambini che si sporcano le mani cercando le leggi dell’universo nelle cose e nella loro trasformazione. 
una scuola dove le parole non sono prigioniere di tabelle, ma sono giocattoli nei quali è divertente scoprire suoni, significati, legami, una scuola che guida all’interiorizzazione di valori condivisi con le famiglie,
che indaga le radici per costruire il racconto delle identità e svelare la poesia dell’umanita’ colorata e difforme.
una scuola di curiosi,
piccoli e grandi.

 mauro

lunedì 19 dicembre 2011

IL GARIBALDINO NELLA FOTO
  Il mio amico Pino Greco ha scritto tempo fa...                  
 “ Polenta e fritada, föc  à la disperada “.
Eccola  rivelata, dalle prime righe, la chiave di lettura del tuo libro, caro Mauro.
Un buon detto antico che rimanda a caligini e bagliori concitati, a famiglie stipate in ricoveri provvidenziali e invariabilmente precari, a robusti appetiti angustiati dalle fatiche e dalle mortificazioni di una condizione servile.

Praticamente il tuo substrato identitario.  Lo


stigma inconfutabile che, in tanti anni, ho imparato a riconoscere nei volti e nelle storie di una certa Valsabbia. Quella che ha sopportato l’avarizia della terra e l’arroragnza dei  “patrù” di turno con la tenacia rassegnata di chi possedeva solo le braccia per crescere la famiglia..
La storia ha poi trovato i nomi giusti per certe pulsioni represse: ribelle, anarchico, socialista, sovversivo… ma, per i tanti contadini piegati sulle zolle dall’alba al tramonto e gravati da un’istruzione  malferma, l’unica aspirazione consapevole era la ricerca di una qualche dignità personale e, magari, di una giustizia riparatrice.
Per il nostro Carlo Tebaldini,  garibaldì di Soprazocco, la sorte aveva invece apparecchiato un storia diversa.  Sì, proprio quella storia che tu hai reinventato con passione e accuratezza, dopo una ricerca rigorosa delle fonti. Scartabellando fra archivi e retaggi della memoria collettiva.
Così, sullo sfondo delle guerre di indipendenza, fra gli echi delle battaglie leggendarie di Solferino, San Martino, Custoza e Bezzecca, si materializza il protagonismo genuino e scaltro di una giovanissima recluta  che non aveva   esitato a infrangere i severi divieti del padre e le suppliche di una madre in lacrime, pur di marciare  accanto al suo Mito.
Giuseppe Garibaldi si era guadagnato una fama planetaria con le sue imprese favorite  dall’ardimento, sollecitate da aneliti di giustizia e libertà, immuni da ambizioni e interessi personali.  Ma i parametri della truppa erano più alla buona.    Il Generale non era mai stanco. Il Generale dormiva per terra e mangiava il rancio dei soldati. Il Generale compariva spesso fra i suoi uomini e quando eri in difficoltà te lo ritrovavi dietro a rassicurare e a pungolare. Garibaldi  era così entrato nel cuore e nella pancia delle sue camicie rosse semplicemente proponendosi nella quotidianità spicciola, nella condivisione delle difficoltà e dei sacrifici ascritti alla generalità della truppa.
Un esempio virtuoso. Prima di tutto. Ecco cos’era il Generale per i suoi e anche per coloro che non marciavano ai suoi ordini, ma erano pronti a gesti memorabili pur di assecondarne  le urgenze. Vedi il ponte di Gaard  sbriciolato dagli austriaci e ricostruito in un solo giorno, con quella solerzia geniale perdurante da sempre nel DNA di una certa valsabbinità.
Nella ricostruzione  dell’episodio in questione non è difficile cogliere un qualche compiacimento da parte dell’autore. Non poteva essere altrimenti. Già, perché l’identificazione autore-protagonista, pur dissimulata con lo scrupolo dello storico divulgatore, riemerge limpida ogni volta che Carlo el garibaldì gira lo sguardo intorno ed elabora congetture e riflessioni.
La terra e la mezzadria, la patria e lo straniero, le requisizioni degli eserciti in transito e le gabelle dopo la vittoria, la disciplina dei soldati e lo smarrimento di certi comandanti, le illusioni dei contadini meridionali e la repressione del brigantaggio. Ma anche la famiglia che si forma, i San Martì  che scombinano abitudini e rapporti  umani, l’impatto con le nuove generazioni, l’affidamento dei bambini alla ruota, i preti bacchettoni, le perversioni del Conte Gigli…
Ecco, quando l’osservazione si ritrae dai campi di battaglia e l’incombenza demiurgica del Generale si defila dal proscenio, riprende consistenza il Maurizio-autore.  Lo fa con la puntigliosa rivisitazione di eventi emblematici di contesti sociali e culturali assolutamente familiari. Tutti decrittati con la semplicità didascalica del pedagogo di antica consuetudine. Del Signor Maestro di  scuola elementare.
Ma lo fa, soprattutto, con una splendida generosità di cuore ma anche di testa. Una generosità tanto più ammirevole proprio perché pertinente, incisiva,ordinata e intelligente.  Da vecchio, inguaribile socialista. Appunto.
 (Il Garibaldino nella foto-Storia di un contadino in camicia rossa, Liberedizioni 2011)

Brescia, 15 marzo 2011                                                       Pino    Greco

domenica 18 dicembre 2011

IL GARIBALDINO NELLA FOTO - WANTED GARIBALDI


Teatro Poetico Gavardo
presenta
"WANTED GARIBALDI" 
con Andrea Giustacchini

e con Peppino Coscarelli
musiche dal vivo di Luca Lombardi

scritto e diretto da John Comini 
Sono 1200 le lapidi in Italia che testimoniano che in quel luogo Giuseppe Garibaldi passò, dormì o parlò. Una figura complessa la sua, trasformato in monumento dalla retorica, di cui non è semplice parlare. Il Teatro Poetico Gavardo ci prova con "Wanted Garibaldi", la narrazione allegra, scanzonata, a volte amara, della vita di un uomo chiamato da qualcuno Eroe dei due Mondi e da altri brigante, corsaro o anche peggio. Lo spettacolo racconta le battaglie, i trionfi e le delusioni, gli amori e i matrimoni del Generale, dalla nascita a Nizza all'Impresa dei Mille alla morte a Caprera. Si parla di Anita, del Re Vittorio Emanuele, di Cavour, del Re Francesco II, di Bixio e dei garibaldini…Si parla anche delle donne di Garibaldi, chiamato anche L'Amante dei due mondi.
"Wanted Garibaldi" vuol essere uno spettacolo dinamico e leggero, tocca aspetti celebri e inconsueti del Generale, narra luci e ombre, successi e contraddizioni.
Uno spettacolo per niente celebrativo, in ogni caso.
I fatti storici tratti da Montanelli a Smith, da Petacco a Fracassi, da Goldoni a Biagi, da Socci a Wilkipedia… sono ricostruiti in modo da rendere avvincente la narrazione, suscitare negli spettatori - anche con l'utilizzo delle musiche e delle sagome- la curiosità verso fatti che sembrano lontani nel tempo.