lunedì 17 settembre 2012
domenica 26 agosto 2012
Dov'è Nikolajewka letto da Pino Greco
Dov’è
Nikolajewka ?
Non
c’è due….La profezia era fin troppo facile conoscendo la
caratura umana e il background professionale dell’autore. Maurizio
Abastanotti è un maestro fatto e finito. Da un lato il gusto per la
ricerca bibliografica e le osservazioni sul campo, dall’altro una
perseverante vocazione pedagogica. E così, dopo le suggestioni
risorgimentali ( Il
garibaldino nella foto)
e le parole senza voce della Grande Guerra ( A
chi dimanda di me),
l’autore racconta gli scenari sconsolati della ritirata di Russia.
Geniale
il titolo: “Dov’è Nikolajewka ?”. Già perché i ragazzi fanno
domande essenziali e spiazzanti. Dov’è quel luogo-non luogo
divenuto un must della retorica patriottica, condita di orgoglio
valligiano e alimentata dalle stratificazioni della narrativa e delle
celebrazioni ? E subito si scopre che questo nome familiare ed
evocativo come katiuscia,
matrioska e balalaika,
scolpito nel granito dell’immaginario bresciano, risulta cancellato
dalla toponomastica. Vive solo nella memoria di quei sopravvissuti
che, settanta anni fa, nei luoghi della battaglia c’erano.
Ecco,
il libro vive sul dialogo incalzante fra una nipote ostinatamente
curiosa e un nonno dal cuore pieno di memoria. L’impianto è
elementare ma si dipana con sapienza drammaturgica. I giovani, si sa,
privilegiano l’epilogo terribilmente e dolorosamente avvincente. I
nonni hanno la saggezza di allargare lo scenario agli antefatti, alle
implicazioni politiche ed economiche, alle motivazioni dei popoli e
dei singoli combattenti.
Ne
nasce un continuo e febbrile rinvio, passando per le fasi di quella
sciagurata spedizione e la maturazione della consapevolezza,
desolatamente lucida, che il cinismo del governo fascista si stava
prendendo gioco degli incauti entusiasmi di un’intera generazione
di giovani.
Al
momento clou che, come da copione arriva puntualmente alla fine, un
colpo di scena. La voce narrante si blocca. Incapace di sostenere il
tumulto dei sentimenti. Il racconto di quella battaglia che consentì,
a costo di autentici atti di eroismo, di rompere l’accerchiamento e
aprirsi la strada per il ritorno, è affidata alla pagina scritta.
Appunti
li chiama il nonno, ma il lettore non se ne avvede. Il distacco e la
concisione non sfumano la crudezza dello scontro fra un esercito che
legittimamente difendeva la propria patria e i resti delusi di
un’armata che, abbandonati i sogni di conquista, desiderava solo
tornare a casa. E’ il momento in cui, dalla massa informe di
sbandati in preda alle allucinazioni da assideramento, si delineano i
volti e le storie di amici che non ce l’hanno fatta e che
resteranno incisi, con il peso di un inconfessato rimorso, nella
memoria del sopravvissuto.
Una
bella e commossa pagina di storia, dunque, ad uso didattico. Ma il
target non è necessariamente quello di età scolare se perfino uno
smagato ex uomo di scuola, con anni di studi e di insegnamento delle
discipline storiche, qui e là ha avuto un soprassalto di stupore per
un particolare ignoto o per qualche retroscena estrapolato dagli
archivi delle cancellerie dell’est e dell’ovest.
Un
libro appassionante, ma rigoroso. Conciso, ma esauriente. Piacevole,
ma profondo. Un libro che fornisce, poi, all’autore il pretesto
per uno sdoppiamento fruttuoso. Fra le reminiscenze e i vezzi di
un’adolescenza desiderosa di apprendere e la proiezione della sua
maturità verso una vecchiaia pacatamente assorbita dalle perenni
aspirazioni all’ammaestramento.
Lo
si intuisce dagli spazi che, nell’avvicendarsi degli eventi
bellici, si ricavano certi informali dissertazioni sulla identità
contadina e operaia del territorio di riferimento.
In
questo modo il nonno, mentre impartisce lezioni di storia, si
preoccupa di salvare la memoria e il sapere pratico di una
generazione cresciuta nelle campagne. Così capita che a una
circostanziata denuncia dei materiali scadenti di quell’improvvida
armata, faccia seguito la minuziosa descrizione della gravidanza di
una coniglia del proprio cortile. Con la stessa premura didascalica.
Tuttavia,
conoscendo le convinzioni e gli intenti di Maurizio Abastanotti, si
può affermare che certi esempi delle pratiche del passato non
preludono a un ritorno a quei tempi, tutt’altro che idillici.
Tantomeno intendono rinnegare i progressi attuali.
Quei
saperi, infatti, potrebbero semplicemente essere il punto di partenza
per affrontare il futuro, con il dovuto rispetto per la terra e la
capacità di farla fruttare senza le smanie del profitto a tutti i
costi.
Chiude
il libro un siparietto commosso fra nonno e nipote.
- Nonno, non morire, ti prego !
- Farò del mio meglio…
Fatti
i debiti scongiuri , l’auspicio è che il nonno-maurizio traduca
quel meglio
in altri splendidi racconti sulle storie e le vite della nostra
gente.
P
I N O G R E C O
lunedì 20 agosto 2012
Dov'è Nikolajewka?
E' la prima domanda che Ottavia rivolge a suo nonno, poi altre domande seguono per scoprire cosa è successo in Russia tra il '41 e il '43 ai nostri soldati, ragazzi e padri di famiglia mandati allo sbaraglio in una terra lontana e sconosciuta. Furono necessari 210 treni per portarli in Russia, ne bastarono 17 per riportare i superstiti. Nel libro il racconto del conflitto si snoda nella cornice quotidiana di una vacanza in campagna, di un nonno e una nipote che si confrontano su un tema, una tragedia che ha segnato la nostra identità storica. All'interno c'è un fumetto sceneggiato da Nicola Patti e disegnato da Chiara Abastanotti, che racconta una vicenda singolare e curiosa della cammella "Tota" e dell'apino Bignotti Giovanbattista che l'aveva adottata.
Nella terza parte del volume sono pubblicati per la prima volta gli elenchi ufficiali dei morti e dispersi della Provincia di Brescia
giovedì 22 dicembre 2011
LA SCUOLA CHE VORREI
LA SCUOLA CHE VORREI
la scuola che vorrei
la scuola che vorrei
non ha classi,
solo gruppi di bambini che si sporcano le mani cercando le
leggi dell’universo nelle cose e nella loro trasformazione.
una scuola dove le parole non sono prigioniere di tabelle,
ma sono giocattoli nei quali è divertente scoprire suoni, significati, legami,
una scuola che guida all’interiorizzazione di valori condivisi con le famiglie,
che indaga le radici per costruire il racconto delle
identità e svelare la poesia dell’umanita’ colorata e difforme.
una scuola di curiosi,
piccoli e grandi.
mauro
lunedì 19 dicembre 2011
IL GARIBALDINO NELLA FOTO
Praticamente il tuo substrato identitario. Lo
stigma inconfutabile che, in tanti anni, ho imparato a riconoscere nei volti e nelle storie di una certa Valsabbia. Quella che ha sopportato l’avarizia della terra e l’arroragnza dei “patrù” di turno con la tenacia rassegnata di chi possedeva solo le braccia per crescere la famiglia..
Il mio amico Pino Greco ha scritto tempo fa...
“ Polenta e fritada, föc à la
disperada “.
Eccola rivelata, dalle
prime righe, la chiave di lettura del tuo libro, caro Mauro.
Un buon detto antico che rimanda a caligini e bagliori
concitati, a famiglie stipate in ricoveri provvidenziali e invariabilmente
precari, a robusti appetiti angustiati dalle fatiche e dalle mortificazioni di
una condizione servile.
Praticamente il tuo substrato identitario. Lo
stigma inconfutabile che, in tanti anni, ho imparato a riconoscere nei volti e nelle storie di una certa Valsabbia. Quella che ha sopportato l’avarizia della terra e l’arroragnza dei “patrù” di turno con la tenacia rassegnata di chi possedeva solo le braccia per crescere la famiglia..
La storia ha poi trovato i nomi giusti per certe pulsioni
represse: ribelle, anarchico, socialista, sovversivo… ma, per i tanti contadini
piegati sulle zolle dall’alba al tramonto e gravati da un’istruzione malferma, l’unica aspirazione consapevole era
la ricerca di una qualche dignità personale e, magari, di una giustizia
riparatrice.
Per il nostro Carlo Tebaldini, garibaldì
di Soprazocco, la sorte aveva invece apparecchiato un storia diversa. Sì, proprio quella storia che tu hai
reinventato con passione e accuratezza, dopo una ricerca rigorosa delle fonti. Scartabellando
fra archivi e retaggi della memoria collettiva.
Così, sullo sfondo delle guerre di indipendenza, fra gli echi
delle battaglie leggendarie di Solferino, San Martino, Custoza e Bezzecca, si
materializza il protagonismo genuino e scaltro di una giovanissima recluta che non aveva
esitato a infrangere i severi divieti
del padre e le suppliche di una madre in lacrime, pur di marciare accanto al suo Mito.
Giuseppe Garibaldi si era guadagnato una fama planetaria con
le sue imprese favorite dall’ardimento, sollecitate
da aneliti di giustizia e libertà, immuni da ambizioni e interessi
personali. Ma i parametri della truppa erano
più alla buona. Il Generale non era mai stanco. Il Generale dormiva
per terra e mangiava il rancio dei soldati. Il Generale compariva spesso fra i
suoi uomini e quando eri in difficoltà te lo ritrovavi dietro a rassicurare e a
pungolare. Garibaldi era così entrato
nel cuore e nella pancia delle sue camicie rosse semplicemente proponendosi
nella quotidianità spicciola, nella condivisione delle difficoltà e dei
sacrifici ascritti alla generalità della truppa.
Un esempio virtuoso. Prima di tutto. Ecco cos’era il Generale
per i suoi e anche per coloro che non marciavano ai suoi ordini, ma erano
pronti a gesti memorabili pur di assecondarne
le urgenze. Vedi il ponte di Gaard sbriciolato dagli austriaci e ricostruito in
un solo giorno, con quella solerzia geniale perdurante da sempre nel DNA di una
certa valsabbinità.
Nella ricostruzione dell’episodio
in questione non è difficile cogliere un qualche compiacimento da parte
dell’autore. Non poteva essere altrimenti. Già, perché l’identificazione
autore-protagonista, pur dissimulata con lo scrupolo dello storico divulgatore,
riemerge limpida ogni volta che Carlo el
garibaldì gira lo sguardo intorno ed elabora congetture e riflessioni.
La terra e la mezzadria, la patria e lo straniero, le requisizioni
degli eserciti in transito e le gabelle dopo la vittoria, la disciplina dei
soldati e lo smarrimento di certi comandanti, le illusioni dei contadini
meridionali e la repressione del brigantaggio. Ma anche la famiglia che si
forma, i San Martì che scombinano abitudini e rapporti umani, l’impatto con le nuove generazioni,
l’affidamento dei bambini alla ruota, i preti bacchettoni, le perversioni del
Conte Gigli…
Ecco, quando l’osservazione si ritrae dai campi di battaglia
e l’incombenza demiurgica del Generale si defila dal proscenio, riprende
consistenza il Maurizio-autore. Lo fa
con la puntigliosa rivisitazione di eventi emblematici di contesti sociali e
culturali assolutamente familiari. Tutti decrittati con la semplicità
didascalica del pedagogo di antica consuetudine. Del Signor Maestro di scuola elementare.
Ma lo fa, soprattutto, con una splendida generosità di cuore
ma anche di testa. Una generosità tanto più ammirevole proprio perché
pertinente, incisiva,ordinata e intelligente.
Da vecchio, inguaribile socialista. Appunto.
(Il Garibaldino nella foto-Storia di un contadino in camicia rossa, Liberedizioni 2011)
Brescia, 15 marzo 2011
Pino Greco
domenica 18 dicembre 2011
IL GARIBALDINO NELLA FOTO - WANTED GARIBALDI
Teatro Poetico Gavardo
presenta
"WANTED GARIBALDI"
con Andrea Giustacchini
e con Peppino Coscarelli
musiche dal vivo di Luca Lombardi
scritto e diretto da John Comini
presenta
"WANTED GARIBALDI"
con Andrea Giustacchini
e con Peppino Coscarelli
musiche dal vivo di Luca Lombardi
scritto e diretto da John Comini
Sono 1200 le lapidi in
Italia che testimoniano che in quel luogo Giuseppe Garibaldi passò, dormì o
parlò. Una figura complessa la sua, trasformato in monumento dalla retorica, di
cui non è semplice parlare. Il Teatro Poetico Gavardo ci prova con "Wanted
Garibaldi", la narrazione allegra, scanzonata, a volte amara, della vita
di un uomo chiamato da qualcuno Eroe dei due Mondi e da altri brigante, corsaro
o anche peggio. Lo spettacolo racconta le battaglie, i trionfi e le delusioni,
gli amori e i matrimoni del Generale, dalla nascita a Nizza all'Impresa dei
Mille alla morte a Caprera. Si parla di Anita, del Re Vittorio Emanuele, di
Cavour, del Re Francesco II, di Bixio e dei garibaldini…Si parla anche delle
donne di Garibaldi, chiamato anche L'Amante dei due mondi.
"Wanted Garibaldi" vuol essere uno spettacolo dinamico e leggero, tocca aspetti celebri e inconsueti del Generale, narra luci e ombre, successi e contraddizioni.
Uno spettacolo per niente celebrativo, in ogni caso.
I fatti storici tratti da Montanelli a Smith, da Petacco a Fracassi, da Goldoni a Biagi, da Socci a Wilkipedia… sono ricostruiti in modo da rendere avvincente la narrazione, suscitare negli spettatori - anche con l'utilizzo delle musiche e delle sagome- la curiosità verso fatti che sembrano lontani nel tempo.
"Wanted Garibaldi" vuol essere uno spettacolo dinamico e leggero, tocca aspetti celebri e inconsueti del Generale, narra luci e ombre, successi e contraddizioni.
Uno spettacolo per niente celebrativo, in ogni caso.
I fatti storici tratti da Montanelli a Smith, da Petacco a Fracassi, da Goldoni a Biagi, da Socci a Wilkipedia… sono ricostruiti in modo da rendere avvincente la narrazione, suscitare negli spettatori - anche con l'utilizzo delle musiche e delle sagome- la curiosità verso fatti che sembrano lontani nel tempo.
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