giovedì 26 ottobre 2017

VERSI VERSETTI E VERSACCI

Ho ritrovato alcune cose che avevo scritto tempo fa.

In Italiano

Prima che diventassero il testo di una canzone dei VIZI DARTE (La strada tra Rimini e qui, 2001), avevo scritto questi versi:

La strada tra qui e Rimini

Come la strada tra qui e Rimini
l’odor di canali e d’asfalto
di strade neglette di notte
mentre il motore non fa che cantare
una sola nota in armonia
con i pensieri che vanno verso il mare
ed è già sale il sapore del vento.

Come la strada tra qui e Rimini
quei due alla finestra cosa fanno?
Credevano forse d’essere soli
mentre noi sotto a bere qualcosa
se poi si sono accorti di noi
se hanno spento la luce, peccato!
Era senza rumori solo poesia.

Come la strada tra qui e Rimini
luci di bar, sudore e tabacco
odor di frenate, sesso in offerta
premi piano, non forzare, già lo so
che ti fa gola  annusare le avventure
ma c’è altro che ci aspetta là,
dove  l’aurora è più vicina.

Come la strada tra qui e Rimini
due finestre, un lampo azzurro chiaro
l’aria che punge il viso e le mani
annuncia il sole che sorge dal mare
il pigro profumo di notte passata
il primo caffè non sono  traguardo
la nostra mente è già nella corsa

sulla strada tra Rimini e qui.

Before the trip

Sibila come pietra sulla lama
nel profumo del falciato
sdrucciola come ruote sull’asfalto
come un brivido bagnato
il pensiero che tu vada via da me.
Sto guardando nei tuoi occhi,
così profondi, così forti
penso al tempo che non hai
per restare qui con me.
Penso a quanto amore sei
al coraggio che sai dare
dentro il viaggio che s’inizia:
questo nostro allegro amore
meritava tempo in più.
Ma tant’è, è quasi l’ora
la vorrei comunque intera,
piena densa di ogni cosa vuoi,
la più pura, la più sporca,
la più bella, la più brutta...
ogni cosa che viva, esista
ché, anche se non lo diciamo
il tuo viaggio è già presente
ma che tu debba o meno andare
non ci deve togliere niente
non ci deve far pensare
solo amare, solo amare
giocare, ridere, gridare,
solo amare, solo amare.

Senza me
Guardi, ridi, forse piangi
mentre io non sono con te
sto aspettando il tuo ritorno
per sentire i tuoi racconti
e le storie che hai vissuto.
Leggerò dentro ai tuoi occhi
le passioni, le emozioni
le scoperte e le paure
i tuoi sogni dentro i sogni
che diventeranno i miei.
Sto aspettando il tuo ritorno
come fosse il primo giorno
per sentire i passi tuoi
per sentirti adesa a me
perchè è questa l’emozione
che mi colpirà di più.

JAIPUR

Il lento canto del cuculo
batte nell’aria del mattino
un ritmo soffice di pioggia.
Lungo le ore  che
rapide scendono a sera
travolgendoti  dolcemente
nella fatica del vivere
del pensare , del farti carico
dell’arrabbiarti ancora,
del perdere del ritrovare
trova un momento per farlo...
Cerca mani vissute, ossute,
forti di spezie e d’aromi
cerca, paziente, occhi di cielo
di foresta e duri legni
di nuvole cariche di vento
cerca voci e suoni dell’anima
dentro il canto del fiume
o la voce di un bambino
cerca i profumi dell’umano
ineluttabile che gioisce
suda, soffre e fluisce
cerca i colori del ciclico
accadere così uguale
così nuovo  e rassicurante
cerca te stessa lontano
dal chiasso e dalla velocità
qualunque cosa cerchi
anche se tu non la trovi,
tornerai più ricca dentro
e un po’  ti invidieremo.


Rio
Dietro la foglia
l’erba sottile
sotto le pietre
del muro antico,
fra le radici,
nervose, d’Ontano
gorgheggia, s’insinua,
rimbalza, saltella,
corre e rincorre
pare che rida,
Rio delle brezze
verso il lago.


e in dialetto

Al lobièt del Sòc

El ciòch lesér dei tò söpèi,
che piàno i pèscia come chèi
d’en réatì, d’ena bàrbèla
söi bàlòcc à la sàntèla,
la càlabróza che fa ‘l scròch
sö ‘na foia, sura ’n bròch…
Nel me có lesér, lesér,
no go óter che ‘n pensér
‘l cör che nó ‘l se quiéta.
Se nó ‘l fös per chèla arièta
profumàda fina e sèca
come ‘l fiàt de la tò bóca
sarès pèrs come giü ciòch
postàt ché, al lobièt del Sòch.




TRADUZIONE

AL BALCONE DEL CEPPO  (“Sòch” è anche il nome della collina da cui prende il nome Soprazocco)

Il tocco leggero dei tuoi zoccoli,
che piano calpestano come quelli
di uno scricciolo, di una farfalla,
sui sassi all’edicola,
la brinata che scricchiola
su una foglia, su un rametto…
nella mia testa, leggero, leggero,
non ho altro che un pensiero
il cuore che non si quieta.
Se non fosse per questa arietta
profumata, fine e secca
come il fiato della tua bocca,
sarei perso come un ubriaco,
qui, al balcone del Ceppo.

EL MULI’ RESÜSITÀT

Quànt’èl Pierino el dèrf el canàl
le pàle le mica, le tira sö l’àqua
col ciòc del mànester nel tòcio che bói,
la röda la strica l’asàl che scaìna,
de détèr se sènt pulège che sübia
la préda che gira la fà tremà i mür
la màsna ‘n continuo la màsna, la màsna…
Ensomiàë, che ze’ndré, ‘l mulì che laùràa
come da gnàri, l’istat, za madüra
préde brüzàde dal sul, ‘na càna de ort
dù métèr de bàa, le stopài  che galèsa
èl gira ndré aànti tra mórta e curida
speràndo che bóche n’àola strinàda…
Me dèsce, ghé pènse, ‘l mulì l’è là a tòc
le röde spacàde da l’àqua, dal zél
le gira gnà piö, ghè mia piö l’asàl
spàrida la màsna, dat zó ‘nfina ‘l cóp
ghè sul che le surghe che fa ‘l carneàl.
Ma ‘n dé nó a Gàart e  dal Có del Burg
có la cua de l’öcc me vède stèrlüser
vergota de ram de là del Nàële,
de là amó del Cés… Madóna! ‘l mulì!
Me ferme lé ‘n bànda, e àrde piö bé:
l’è pròpe ‘l mulì, forse i la giüsta
i la mèt töt à pòst… föss véra, che bèl!
Sarà, me contènte de póc e de mìa,
ma per chèi come mé, che gà vist ‘sparì,
bàtit zó a ciapèi, èl paés come l’ia
vèrgot che se sàlva, mulì, cap o mucc,
èl  dà la spérànsa o l' ilusiù pia
che reste vergot de lasàga ai niucc.





TRADUZIONE


IL MULINO RESUSCITATO

Quando Pierino apre il canale
le pale intingono, sollevano l’acqua
col rumore del mestolo nell’umido che bolle,
la ruota strizza l’assale che cigola,
dentro si sentono pulegge che fischiano
la pietra che gira fa tremare i muri
la macina continuamente macina, macina…

Sognavo, tempo fa, il mulino che lavorava
come da ragazzi, l’estate già matura
pietre bruciate dal sole , una canna di orto
due metri di bava, il tappo che galleggia
gira indietro e avanti tra la morta e la corrente
sperando che abbocchi un’alborella striminzita...
Mi  sveglio, ci penso, il mulino è là a pezzi
le ruote spaccate dall’acqua, dal gelo
non girano più, non c’è più l’assale
sparita la macina, caduto perfino il tetto
ci sono soltanto i ratti che fanno il carnevale.

Ma un giorno vado a Gavardo e da Capoborgo
con la coda dell’occhio vedo brillare
qualcosa di rame, oltre il Naviglio
ancora oltre il Chiese…. Madonna!  Il mulino!
Mi fermo lì, da parte e guardo meglio:
è proprio il mulino, forse lo riparano
lo mettono tutto a posto, fosse vero, che bello!
Sarà, mi accontento di poco e di niente,
ma per quelli come me che han visto sparire,
buttato giù a pezzi, il paese com’era,
qualcosa che si salva, mulino, campi o boschi
dà la speranza, o la illusione pia
che resti qualcosa da lasciare ai nipoti.

mercoledì 27 settembre 2017

LEM.3
I LEM (Living experience music) sono una band che si è costituita nel gennaio del 1970. Sono alla loro terza formazione, punto tre (LEM.3), appunto. Dopo l'interruzione del 1972, la seconda formazione con l'ingresso di Alberto alla chitarra, nella prima decade degli anni 2000 e infine la nuova formazione dopo la scomparsa del caro amico Gigi, storico bassista, sostituito da Gino.
Domenica 7 maggio dalle ore 16.30, sul palco del Teatro Salone Pio XI di Gavardo,
I LEM.3 (terza riedizione della storica band gavardese) si sono esibiti in uno spettacolo nel quale hanno coinvolto anche John Comini. Il noto regista e autore teatrale sarà in veste di attore e presentatore.
Il repertorio spazia dai Beatles a Zucchero, passando per CCR, New Trolls, Carlos Santana e tanti altri protagonisti delle scene musicali italiane e internazionali degli ultimi 50 anni.
Leader musicale del gruppo è Santino Maioli, in tandem con l’altro chitarrista  Alberto Comaglio. Completano la formazione Franco Marini alla chitarra acustica, Gino Toffolo al basso, Mario Vezzoni alla batteria e infine Maurizio (Mauro) Abastanotti al sax alto, che alterna la sua voce con quella di Alberto e Santino.
I LEM.3 si ripresentano al pubblico a sostegno delle iniziative della onlus Rio de Oro Gavardo per i bambini del Saharawi, associazione che ospita e assiste i bambini disabili di quel popolo senza terra.

Le iniziative benefiche continueranno nel corso dell'autunno. Il prossimo appuntamento è previsto per il 21 ottobre 2017 a Caino (BS).

FRAMMENTI DI STORIA DEL GRUPPO
CAP.1
Avevano tante idee per la testa e nemmeno un soldo in tasca. La paghetta durava dal sabato al martedì, dopo di che  si andava in riserva; nelle settimane virtuose qualche spicciolo arrivava fino al giovedì, poi più niente … Miscela razionata nel motorino, sigarette sempre più scadenti e al bar solo un caffè, ma infine tornava il sabato ed era di nuovo paghetta.
In queste condizioni pensare di acquistare gli amplificatori e un impianto voce era un aspirazione da visionari incoscienti. Qualcuno, però, ricordò che Don Erminio era stato designato alla grande responsabilità di parroco nella fiorente città di Clibbio, frazione di Vobarno. Questo sacerdote, sant’uomo, mentre si trovava a Gavardo si era dedicato all’animazione dei ragazzi, fondando un gruppo scout e stimolando la nascita di un gruppo musicale. Ora che si era trasferito, dov’erano finiti gli impianti di amplificazione?
Detto, fatto. Una domenica mattina i nostri, inforcati i motorini e gli scooter freschi di rifornimento si recarono a Clibbio. Don Erminio li accolse e mostrò loro quanto gli era rimasto: un paio di amplificatori e un impianto-voci. Si offrì di metterli a loro disposizione e infatti le prove per un paio di mesi si svolsero proprio lì, in una delle stanze del neo-parroco. Gli abitanti della ridente cittadina furono tanto entusiasti che suggerirono al parroco di invitare i musicisti a trasferirsi in una location più adatta al loro estro artistico, ma soprattutto al livello dei decibel che uscivano dalle finestre della canonica.
Nel comunicare la necessità di tornare al loro paese d’origine, Don Erminio propose ai ragazzi del gruppo di acquistare le apparecchiature che avevano utilizzato. Ora, chiamare amplificatori e impianto-voci quei residuati degli anni ‘50 richiedeva tutta la fantasia e l’entusiasmo di quei sedicenni e il sant’uomo, che li conosceva bene, non vedeva l’ora di disfarsene e ricavare qualche soldo. Concluso l’accordo di un acquisto rateale, non rimaneva che il trascurabile problema di procurarsi i soldi per pagare le rate.
Furono considerate tutte le ipotesi, anche le più fantasiose, ma alla fine la maggioranza decise per la raccolta della carta, che a quei tempi rendeva abbastanza bene.
La Storia dovrà tacere sulle scadenze  e sui frazionamenti delle rate, ma dovrà prendere atto che i nostri eroi riuscirono a pagare quegli strumenti. Per essere precisi questo avvenne poco prima della loro ingloriosa fine, tra valvole bruciate, potenziometri arrugginiti e cadute rovinose durante i trasporti.

CAP. 2
Venne l’ora fatidica del primo ingaggio: un bar di Villanuova gli chiese di esibirsi sulla terrazza del bar che dava direttamente sulla strada, allora statale. L’emozione era alle stelle, quanto le ansie per il repertorio ancora limitato a sei canzoni.
Il primo problema era il trasporto degli amplificatori, abbastanza ingombranti e pesanti.
I gruppi musicali seri e importanti, rock o di liscio che fossero, parliamo del 1970, avevano un furgone Volswagen o un Ford transit, un mito per noi. Loro si sarebberoo accontentati anche di un vecchio Alfa Romeo o di un qualsiasi altro mezzo di trasporto coperto.
Due ostacoli insormontabili si paravano, tuttavia, davanti : la mancanza di mezzi economici e l’età. Nessuno di loro, infatti, aveva ancora compiuto i diciotto anni necessari per la patente di guida.
Come arrivare a Villanuova con la seppur ridotta dotazione?
Non so a chi venne l’idea. Passavano spesso dall’incrocio tra via Quarena e via Sormani, perché nello scantinato di una della case popolari situate in quest’ultima, avevano ricavato una specie di taverna dove organizzavano festicciole sulle quali avrei molto da dire. Su quell’incrocio, addossato alla fontanella pubblica, c’era un chiosco, dove il vecchio Ciücì, nella bella stagione, vendeva angurie e bibite, ma all'occorrenza faceva comparire da sotto il banco una bottiglia di vino o di grappa. Dal lato opposto a quello della fontana era parcheggiata l’Ape che il vecchio usava per i rifornimenti. Decisero, dunque di chiedere al figlio del Ciücì, dietro adeguato compenso, il noleggio del potente(?!?) treruote. Il ragazzo avrebbe fatto ad autista.
I signori del Club dei Bigetti videro arrivare davanti al loro bar, nel pomeriggio di quel giorno d’estate, un’ Ape, carica di strumenti e con al seguito ciclomotori e scooter,  pavoneggiarsi come una regina d’insetti con fuchi al seguito.

CAP. 3
E venne il tempo delle vacanze: tutti al mare al mostrar le chiappe chiare!
Dopo un anno e mezzo la motorizzazione del gruppo aveva visto notevoli progressi. La maggior parte dei ragazzi aveva conseguito la patente di guida e se l’auto restava un miraggio ci si era dotati di motociclette e scooter a due posti, non di prima vernice, naturalmente! Il parco motoristico era composto da due Lambrette, una modello 1953, e una del ’55, entrambe a tre marce e una moto Morini 150 con manubrio a bracci lunghi, tipo Easy Rider, un vero gioiello.
Con tali mezzi si dovevano percorrere i circa 300 km che separavano il paese natio dalla mitica Rimini. Due per ogni moto con bagagli, pinne, materassini e una tenda a casetta da smembrare, suddividendo il carico di teli e picchetti. Non mancava una chitarra, la più scassata in dotazione, tale da poter subire eventuali cadute e traumi senza ingenerare le isteriche reazioni del chitarrista.
Partenza di notte, con tanta adrenalina nel sangue da aver l’impressione di salire su un biplano in decollo, non su un catorcio a due ruote.
Tempo splendido, notte di stelle con una leggera brezza di monte  alla partenza.
Viaaaa! Sulle strade diritte o tortuose, strette o larghe, asfaltate di fresco o piene di buche, tra frutteti, campi di grano e di ortaggi, canali di irrigazione e fossi maleodoranti, grandi covoni di fieno o enormi mucchi di letame.
Viaaaa! Attraverso città sonnacchiose con le narici piene degli odori di asfalto, di scarichi di motori, aromi di cibo e birra fuggiti dalle porte aperte dei locali insonni, tra palazzi e chiese, condomini grigi e distributori di benzina, semafori lampeggianti e rare insegne luminose colorate, e poi paesi piccoli e grandi, case con le finestre aperte per l’afa, che lasciavano intravedere abitanti in abiti succinti e perfino una coppia che faceva l’amore.

CAP. 4
Ho scritto una canzone trent’anni dopo:
Come la strada tra qui e Rimini
Odore di canali e d’asfalto
Strade neglette di notte
Mentre il motore non fa che cantare
Una nota sola in armonia
Con i pensieri che corron verso il mare
E’ già sale il sapore del vento
Come la strada tra qui e Rimini
Quei due alla finestra cosa fanno
Credevano d’essere soli
Mentre noi sotto a bere qualcosa
Se si sono accorti di noi
Se han spento la luce che male c’è
È già sale il sapore
L’aria che sferza il viso le mani
frizzante pungente agita parole
Preannuncia quel sole che sorge dal mare
Arrivare forse non è importante
Perché la mente è già in corsa
Come la strada tra qui e Rimini
Luci di bar sudore e tabacco
Odor di frenate sesso in offerta
Premi piano, sì lo so non forzare
Chè ti fa gola annusar le avventure
Ma c’è altro che ci aspetta là
Ed è già sale il sapore del vento
Arrivare forse non è importante
Perchè la mente è già in corsa
Tra Rimini e qui

Infine siamo arrivati, a Rimini. Era Agosto e trovare un posto in campeggio non fu impresa semplice. Provammo a trovare ospitalità in tutte le strutture della famosa cittadina della movida adriatica. Trovammo posto, in extremis, in un campeggio male attrezzato al limite sud di Miramare, poco distante dal confine con Riccione. Cosa ci aspettava là? Una vita sregolata senza orari e senza limiti, tranne quelli dettati dalla condivisione e dalle scarse risorse finanziarie. Conoscendo le nostre abitudini, che l’anno prima, nella spedizione in Provenza,  ci avevano quasi portato alla fame per esaurimento pecunia, accantonammo subito i soldi sufficienti a fare il pieno per il ritorno.
Fu subito festa, ma verso la fine della settimana, quando le finanze cominciavano già a segnare la riserva, a qualcuno venne la brillante idea di lanciare una sfida a pocker. I quattro giocatori rimasero la notte intera e il giorno seguente sotto un sole implacabile a confrontare full, scale e pocker sotto la tenda. Alla fine il vincitore, dopo aver svuotato le tasche agli altri, annunciò di prendersi una pausa e di andare a trovare un’amica a Cattolica.
Tornò dopo due giorni, con l’aria soddisfatta e appagata, mostrando orgoglioso il polso adornato da un orologio nuovo di zecca. Aveva investito gran parte dei soldi vinti nell’acquisto di un dorato Omega che si rivelò, naturalmente, un tarocco, ‘na sola, direbbero i romani.
Non fu acclamato. I rimbrotti durarono, anzi, per parecchio tempo anche dopo il ritorno.

CAP.5
Sempre a proposito di trasporti.
Eravamo in pochi ad avere un motorino e le multe per il trasporto di un secondo passeggero ci avevano dissuaso dal trasportare gli appiedati.
Fu per questo che quando fummo ingaggiati dalla balera/discoteca “Alla Pesa” di Polpenazze il gestore si assunse l’onere di trasportare alcuni di noi oltre agli strumenti.
Il viaggio di andata era tranquillo. Il ritorno era un po’ ansiogeno.
Arturo, che Dio l’abbia in gloria, soffriva la sete in modo organico. Per questo, prima di mezzogiorno calmava l’arsura con una decina di Aperitivi, discendendo poi verso sera con una serie di terapeutiche bevute di vari liquidi alcolici.
Quando verso la mezzanotte si trattava di trasportare musici e strumenti, il volenteroso aveva ormai raggiunto un tasso etilico nel sangue pari a quello dei globuli rossi, bianchi, piastrine e plasma compreso. A vederlo così, cimbo, col passo un po’ incerto e gli occhi placidi, quelli destinati a salire sulla sua 1100 famigliare andarono un po’ in ansia. Il culmine fu raggiunto una sera di tardo novembre, quando, inaspettatamente, sulla Valtenesi calò una fitta nebbia. I tre musici destinati si avviarono dietro l’autista dondolante verso la macchina, con un peso sul cuore. Egli li rassicurò di aver guidato in ben altre  condizioni di visibilità e appena avviata la vettura, abbassò il finestrino e si sporse con la testa e un braccio, manovrando volante e leva del cambio con l’altro arto. Per fortuna il viaggio si concluse senza danni e arrivarono alle Fornaci, dove era la nostra stanza per le prove. Eccezion fatta, forse, per qualche movimento intestinale.



giovedì 29 dicembre 2016

LA PIETRA CAVATA (continua)
Pag . 276






Andassimo noi Pasio de Pasi il Barch.° Baruccio (in altro documento Baruzzo) Dottori Lunedì passato, che fu alli ig. ….. Instante iusta l’ellezione nostra fatta per li Magnifici Signori elletti della Magnifica Comunità in Bucca di Croce servitaria del comune di cacavero per essere insieme alli ecc.mi signori Gian Batista Porcellaga, cavaliere et Leandro Rina elletti la molto illustre cita di Breza per accomodarsi concodialmente le difficoltà delli confini tra il comun di cavavero da una e il comun di soprazocho da l’altra et anco tra la terra di vulciano da una et la terra di villanova da l’altra et a detti lochi andassimo in quelli de li comuni detti cioè nostro di cacavero, et terra di vulciano havendo con noi … Giulio Bertoletti coadiutor nella cancelleria di questa Magnifica Comunità, et giunti al detto loco poco dopo giunsero detti ecc.mi elletti dalla nn ill.tre cita havendo loro seco quelli delli detti comuni di soprazoccho et villanova. Et ivi quelli di soprazoccho a bella prima ci condussero a quella sanchietta di bocca di croce dicendo che in quella vi era un termine il quale divideva il territorio Bresano dalla Riviera, et che era stato cavato da quelli da cacavero che doveva essere suposto, rispondendo quelli di cacavero che ivi non era termine ma una semplice pietra altre volte posta per ripararvi il muro di detta sanchietta (a margine: per difendere i muri della sanchietta dalli carri) e che la divisione delli teritori era più a basso verso soprazocho mostrando un fosso sotto al ponte deli signori sozi il quale prato era sotto le case di detti signori sozi, et dicendo che quello era il confine e da quel fosso per retta linea si andava sopra la costa che è verso monti ove in cima eran due pichi grandi piantati, et che quello era un termine tra li territori mostrando di più desendendo verso monti un altro termine apresso una riva da … di più desendendo fino a una casetta de li signori sozi dicendo che la casetta facea li confini sostando la casetta nel territorio della Riviera confissarono quelli da soprasoccho che la casetta facea termine et che il termine mostrato apresso alla rivata era termine divisorio ma originano il termine posto più oltre delli due pichi, anche a quello si andassi per dirittura et rivada a quelli due pichi; et dicean che da quel termine posto apresso la rivada di sopra dalla ditta casetta si dovea andare traversando la peza di terra di Moran Batista sig: zion à(ò) sino a un termine i quali quelli di soprazoccho dicevano essere termine tra li territori che era stato cavato, et da quello voleano andare alla detta sanchietta per mostrare che la pietra ivi cavata fussi termine, quelli di cacavero negavano che quella pietra cavata et si era termine era solamente tra le peze di terra delli particolari, et questa stradina che mostrarono al (?) soi termini da quella pietra cavata, i quali erano piantati della medima grandeza per diritura verso monti per la costa al n° di 4 i quali dividevano quella peza di terra del sign:rino et altri particolari, et tanti desendevano et trapassavano quel termine come di sopra confissato di sopra la casetta posto apresso la rivata dove volendo da quelo andare a quello che dicevano cavato bisognava andare a traverso le peze di terra de particolari e farsi confini molto diformi dalli confini di territori i quali si formano per il più dritti, più cose dette sopra detti confini, niente si son ditti sig.ri Bersani et sia concluso che per quanto si potea comprendere detti signori concluso li confini essere come per parte di cacavero era allegato; partissimo poi da quel loco, et andassimo sopra li confini della terra di volciano et ivi fu tra le parti combinato principiando alla spinosa, et andando verso il Moncovolo ove si vedevano termini piantati dicendo quelli di volciano essere divisori per particolari fan che il punto incima quella costa dove erano due pichi piantati uno lontano da l’altro in circa braza 27 e cinque, quello più verso soprazoccho dicean quelli di volciano essere termine di territori e l’altro divisorio tra particolari, et quelli di soprazoccho negavano il primo di quelli essere termine …  da quel loco, andando più avanti quelli da soprazoccho termini erano più verso volciano et quelli di volciano dicevano li confini andarsi più oltre verso soprazoccho andando per drittura del termine per esso mostrato poi fiso in cima un dosso verso il Moncovolo mostrando una ….  Che soleva essere un termine et da quello si andava più a basso et quelli da volciano mostravano dove erano piantate pietre dicendo che quello si chiamava il termine quadro di doi pietre, et ve ne erano due tutt hora piantate, ma quelli di soprazoccho negavano et avanti li minasse a ditti doi termini uniti nel defendere per la strada presso la lovera per quelli da soprazoccho et vilanova fu mostrata una pietra nella strada la quale dicevano essere termine negando li altri fu alla presentia di tutti cavata detta pietra per vedere se avea fatto testimonianza essendo situato segno altro  fu da tutti tenuta come essere termine e così fossimo dalle parti condotti dove erano altri termini et pietre piantate et una parte e l’altra negavano e le parti allegavano li uni essere alibrati  li nostri dicevano in riviera li altri alli suoi territori in Breza et sudetti tutti al termine della strada regia tra volciano e villanova essendo fanti et tutti stanchi et alcuni impazienti si dividissimo per ritirarsi alli alberghi et quelli signori Bresani ci pregarono che volessimo il giorno seguente ritrovarsi a Gavardo dove quelli signori erano alogiati dicendo che ivi troveressimo discorso, et che trovano ivi il rilievo del loco e li promettessimo di andare.
Il giorno seguente andassimo a Gavardo accompagnati da quelli di volciano con l’eccellentissimo … …  sig, Pasi Pasio  …. et ivi dove era il modello fu discorso poi sopra li confini con cacavero mostrato il modello dicessimo che il modello non era iusto ne reale in quello di cacavero fatto sovra l’intendimento di essi, et con signato, io qui presuposi che fusse termine quella pietra cavata sopra le case delli signori Sozi nelli confini del signorino e delli signori Marensoni non essendo posto quel termine allegato per quelli di cacavero e negato per quelli di soprazoccho. Quelli signori da Bressa  non vollero venire al discorso per l’accomodamento ma proposero che si dovesse riponere quella pietra cavata in quella sanchietta nel resto diceano non volere fare altro per non saressi mostrati discordi, et ivi ci dimandarno la nostra libertà et ellezione  et venirono dove erano quelli di Cacavero, et si vedeva che non si havevano intenzione di venire a alcuna conclusione per terminare il negozio. Noi rispondessimo che ne le Sue Signorie ne noi eramo venuti per semplicemente reporsi una pietra nel loco dove era stata cavata ma sibbene per regolare quelli confini come per ragioni andavano, et eramo pronti; Circa la nostra che non si havevamo, ma che era stata scritta a sue signorie a Bressa […], per il vero quelli da cacavero non erano venuti, ma che l’eccellentissimo sig. Stefano Pasi […] si vide che quelli signori volevano che si dovesse riponersi la pietra nella sanchietta dove era lesson la loro delli homeni forti a Bressa quando fu di ordine di noi elletti della Magnifica Comunità a queste ragioni mandati l’eccellente sig. Cagnoni et il sig. […]allegando che fosse concluso che si riponesse quella pietra o termine (ricordo bene) noi li dicessimo che non havevamo affrontato quella delli homeni, et che noi nella nostra cartella non vi haviamo fatto altro […] di regolare li confini come di ragione come anco diceva il loro atto il che non si era pronti. […] quelli signori che noi dovevamo avvisarli di non assentire al suo atto e noi dicessimo che abbastanza era stato scritto.
Fu poi dall’Eccellentissimo sig. Cavalier Porcellaga proposto che saria stato bene che le parti allegassero persone le quali honeste son, et vodessero di accomodare le parti che […] al che le parti non discuterne.

Et così sinora alla conclusione […]

martedì 27 dicembre 2016

 LA PIETRA CAVATA
Agosto 1622: 
 

Nei primi giorni del mese di ottobre 2016 ho iniziato a analizzare un fascicolo di documenti:


Scritture per li confini di Cacavero et Soprazocho
Archivio storico del Comune di Salò
Busta 107 - fasc. 20

pag. 272
Presentata il di 12 Agosto 1622 per d.Josef Francischi

Nomine est infra



Comparsero nell’off(icio)

Messer Hieronimo Leno et Messer Giuseppe di Francischi dalla terra di sopra soccho in esecuzione del sindicato santo per ordine della prata Vicinia di essa terra del sette del corente di agosto del tenor come in quello nel quale particolarmente vi è condizione di puotersi componere con il Comune do Cacavero terra di Praboiera per occopazione di confine et giustamente li essi Leno et Francischi per nome prob.o come di sopra hanno renonziato, et renonziano alla querela et accusa datta per detto Comune di sopra socco alli signori Francisco et Gioseppe di Sozzi da Salò et altri di detto Comune di Cacavero che puotessero essere nominati per imputazione di haver levato termini tra li confini di sopra socco et Cacavero come per altro rispetto, et interesse non intendendo che contra essi ne alcun altro che fosse nominato sii in conto ne maniera alcuna più oltre proceduto ad instanza del Comune di sopra socco solo in absolutamemte per liberarli siccome di ciò ne fanno essi non tanto per privato quanto per pubblico interesse di detta Comunità di sopra socco il che si credono ottennere per ogni melior modo, Promettendosi obbligati perennemente



Presenti

                                                                    Prov. Filippo Salano

                                        Franciscus Fenarolus ns. ad crime



pag 273
Addì 11 Agosto 1622, La mattina
Li Mti Illmi Eccmi sig Pompeo Averoldo Abbati,  Lodovico Baitello avvocato con Camillo Capriolo e Quinto Scanzo deputati all’osservanza dei statuti, Leandro Rina e Gio.Batta Secco Sindici sedenti sopra all’istanza fatta alli giorni passati per l’  Eccte Dottore Gio:Anto Cargnoni et Bartholomeo Donati eletti per La Magnifica Comunità della Riviera Bresciana sopra la differenza tra li Comuni di Caccavero et Soprazocho L’occasione di asserto termine mosso tra essi Comuni. Hanno stabilito di far elezzione di uno, o doi, che da loro Signorie Eccellentissime saranno destinati; che insieme colli  sudetti vadino sopra il luogo contenzioso per riconoscere l’amozione di detto Termine; facendo quello riponere al luogo dove di ragione và posto; acciò tale differenza sia amicabilmente composta, e con sodisfazzione delli detti Comuni confinanti.
Et che l’istessa elezzione debba servire, anco per terminare li confini tra il Comune di Villanova, e di Volzano; elette che siano persone dalla Magnifica Riviera, che a suo nome assistano a tale effetto; così consentendo alli medesimi Comuni di Villanova et Volzano;  cioè D. Gio:Maria Turino q. Gio: Antonio per Villanova e signori Giovanni Manzone e Benedetto Matinone per Volzano nei punti et inte[ndimenti nostri](nascosto dal sigillo) et col medesimo modo.

Hieromy Vizzola
Brixiano Cancelliere subscriptum et signatum

A che cosa si riferiscono? Per scoprirlo continuo la lettura e la trascrizione deglia ltri documenti contenuti nel fascicolo.




lunedì 9 maggio 2016


Il signor Fernando mi ha scritto:
Gentile Sig. Abastanotti,
la signora Carla, mia parente acquisita (moglie di mio nipote), ha avuto la bellissima idea di regalarmi tre suoi libri, prendendo spunto dal mio interesse per la Prima Guerra Mondiale: “Del mio lungo silenzio”. “Il garibaldino nella foto” e “ Dov’è Nikolajewka?”.
Li ho letti tutti e tre con grande interesse e desidero pertanto - approfittando del biglietto da visita rinvenuto in uno di essi – esprimerle il mio ringraziamento e compiacimento.
DEL MIO LUNGO SILENZIO ha attirato ovviamente la mia maggiore attenzione essendo io impegnato in un ciclo di lezioni sulla Prima Guerra Mondiale all’Università della Terza Età di Gorizia quale appassionato di quella storia. La passione è nata dall’aver svolto alcuni anni di servizio, quale ufficiale dell’esercito, in quelle aree. E le dico subito che dal libro ho tratto diversi spunti per le mie lezioni (e di questo la ringrazio).
Ho molto apprezzato l’idea di mettere a confronto le lettere delle due categorie di combattenti: le persone più umili, come i contadini, e gli istruiti. In genere si riportano gli scritti solo dei primi. Bellissimo poi unificare le storie di un’intera scuola.
Volendo riportare in sintesi le mie conclusioni direi che, mentre era ovvio che gli studenti, i professionisti ecc– più coinvolti dall’atmosfera patriottica creata dalla corrente favorevole all'intervento - esprimessero una totale adesione alla guerra “risorgimentale”, mi si è confermata l'idea che, tutto sommato, anche i meno istruiti avessero accettato la guerra come un dovere. Non che non ne descrivessero la parte tragica in modo molto più drammatico degli altri, ma la consideravano ineluttabile e sicuramente giusta. Andavano cioè alla guerra con lo stesso senso del dovere (e di rassegnazione) con cui al mattino andavano nei campi. D’altra parte se non ci fosse stata anche un’intima convinzione, nessuna ferrea disciplina e nessun tribunale avrebbero potuto far superare ai soldati le situazioni estreme di sacrificio e sofferenza cui sono stati sottoposti.
Un’ultima osservazione. Molto spesso si leggono critiche durissime ai nostri generali per come è stata condotta la guerra. Critiche giuste. Ma occorre tener presente che allora la guerra si faceva così, in tutti i fronti. L’impiego a massa dei soldati contro le mitragliatrici e il reticolato era prassi comune; e se vediamo la percentuali delle nostre perdite (e noi eravamo sempre all’attacco) constatiamo che siano inferiori a quelle degli altri eserciti. Circa Cadorna, dobbiamo tener conto che, avendo saputo solo dalla stampa francese del nostro prossimo intervento, ha dovuto in pochissimo tempo creare dal nulla un esercito, portarlo a combattere, ribaltare i piani tattici e logistici, tutti impostati sulla Triplice Alleanza. Bisogna riconoscere che il compito non era facile, anche considerati gli aspetti fisici e sociali dell'Italia.
IL GARIBALDINO NELLA FOTO mi ha fatto piacevolmente tornare alle storie del risorgimento ultimamente un po’ abbandonate. Tra l’altro non avevo consapevolezza di quanti bresciani e bergamaschi fossero stati i protagonisti di dette storie. La figura di Carlo Trebaldini e la sua passione per Garibaldi, tipica di tanti giovani di allora, sono rese molto bene, così come l’ambiente della provincia bresciana. Piacevolissima e originale lettura.
DOV’E’ NIKOLAJEWKA è un libro che mi ha colpito per due motivi. Il primo riguarda la bella trovata del nonno che non parla delle sue vicende di guerra con nessuno e poi si scioglie con la sua nipotina. Il non voler parlare della guerra è un fatto molto comune, tanto più se la guerra è stata dura (non si sarebbe capiti) e specie se è finita male: c’è poca gloria). Una nipotina curiosa e affettuosa può essere la molla. Lo affermo con cognizione di causa perché ho anch’io una sola nipotina (14 anni), unica a farmi domande sul mio passato militare.
Il secondo motivo riguarda l’atmosfera di tragedia che il libro è riuscito a rappresentare. Sappiamo tutti cosa è stata la ritirata di Russia. Ma sicuramente ci vuole una buona dose di abilità per trasmetterla al lettore. Cosa che lei ha realizzato molto bene e di cui mi compiaccio. La seconda guerra mondiale è stata ovviamente una guerra disgraziata. Molti sono i morti di cui non vi è traccia né ricordo nei libri. La guerra di Russia, il cui dramma è pari a pochi altri, deve essere ricordata. Farlo con l’efficacia ottenuta nel suo libro costituisce senz’altro un elemento molto positivo e meritorio.
Grazie, sig. Abastanotti. La saluto cordialmente